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Migranti, schiaffo dell’Ue sui centri in Albania. “Decidono i giudici”

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La Corte di giustizia europea assegna alla magistratura l’esame finale sui Paesi sicuri per rimpatri e trattenimenti. Il governo: “Avanti coi Cpr”
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ROMA – I due migranti del Bangladesh soccorsi in mare da una motovedetta italiana nei mesi scorsi e portati dritti in Albania per essere rapidamente rimpatriati avevano ragione. Il loro Paese, a differenza di quanto sostiene il governo italiano, non può essere considerato sicuro e dunque non potevano essere rimandati indietro, non almeno con le procedure accelerate di frontiera, quelle su cui il governo di Giorgia Meloni ha fondato il progetto-pilota per l’Europa di esternalizzazione delle frontiere con i richiedenti asilo provenienti dai cosiddetti Paesi sicuri trattenuti nel centro di Gjader.

Niente da fare. Con una sentenza che è andata ben oltre le conclusioni dell’avvocato generale e bocciato in pieno la linea italiana, ieri la Corte di giustizia europea h…

ROMA – I due migranti del Bangladesh soccorsi in mare da una motovedetta italiana nei mesi scorsi e portati dritti in Albania per essere rapidamente rimpatriati avevano ragione. Il loro Paese, a differenza di quanto sostiene il governo italiano, non può essere considerato sicuro e dunque non potevano essere rimandati indietro, non almeno con le procedure accelerate di frontiera, quelle su cui il governo di Giorgia Meloni ha fondato il progetto-pilota per l’Europa di esternalizzazione delle frontiere con i richiedenti asilo provenienti dai cosiddetti Paesi sicuri trattenuti nel centro di Gjader.

Niente da fare. Con una sentenza che è andata ben oltre le conclusioni dell’avvocato generale e bocciato in pieno la linea italiana, ieri la Corte di giustizia europea ha gelato le ottimistiche aspettative del governo e messo una pietra tombale sul protocollo Italia-Albania. Almeno fino a giugno 2026, data della prevista entrata in vigore del nuovo regolamento procedure, i centri in Albania non potranno essere utilizzati secondo il progetto iniziale: trattenere a Gjader in regime di detenzione amministrativa centinaia di richiedenti asilo soccorsi in mare e provenienti dai diciannove che, con un provvedimento di legge varato ad hoc qualche mese fa, l’Italia ritiene Paesi sicuri, anche se non lo sono per tutte le categorie di persone e per tutte le zone del territorio.

Due i passaggi fondamentali nel verdetto adottato dalla “Grande chambre” della Corte di giustizia europea, una sorta di sezioni unite della Cassazione e letto solennemente in aula a Lussemburgo dal presidente Koen Lenaerts. Il primo: «Un Paese Ue può designare Paesi d’origine sicuri mediante atto legislativo, a patto che tale designazione possa essere oggetto di un controllo giurisdizionale effettivo». Esattamente quello che è avvenuto nei mesi scorsi in Italia con il governo che ha istituito per legge la sua lista di Paesi sicuri e i giudici che, nella quasi totalità dei casi, hanno esercitato il controllo giurisdizionale annullando i provvedimenti non ritenendoli in linea con il quadro normativo europeo sui Paesi sicuri. Definito appunto nel secondo passaggio fondamentale della sentenza: «Uno Stato membro non può includere nell’elenco dei Paesi di origine sicura un Paese che non offra una protezione sufficiente a tutta la sua popolazione». Ed è esattamente il motivo per cui decine di sentenze di tribunali italiani nei mesi scorsi hanno annullato il trattenimento di migranti provenienti da Paesi inseriti nella lista di quelli sicuri anche se non lo sono in tutte le regioni e per tutte le categorie di persone.

E giusto per chiarire l’effetto pratico della pronuncia (che ribadisce l’interpretazione che la stessa Corte aveva dato nell’ottobre 2024), i giudici del Lussemburgo ricordano che «tale decisione vincola egualmente gli altri giudici nazionali ai quali venga sottoposto un problema simile».

Così dunque sarà, almeno fino al 12 giugno 2026, sottolinea ancora la Cgue. In quella data infatti entrerà in vigore il nuovo regolamento sui rimpatri varato nei mesi scorsi dalla Ue, con nuove norme che marciano verso l’esternalizzazione dell’esame delle richieste di asilo con le procedure accelerate di frontiera su cui molti stati membri hanno deciso di puntare. Tuttavia, «il legislatore Ue può anticipare la data», ricorda la Corte separando così nettamente i due piani della questione: spetta alla politica decidere ma ovviamente dentro una cornice giuridica definita alla quale i pronunciamenti dei giudici nazionali devono attenersi.

Per farlo ci vorrà eventualmente il voto del Parlamento. L’obiettivo di Ursula von der Leyen e di larga parte dei Paesi Ue che sostengono la linea italiana è quella di affiancare al nuovo regolamento procedure una lista europea di Paesi sicuri. Anche se al momento quelli individuati sono solo sette (tra cui Bangladesh, Egitto e Tunisia), assai meno dei 19 della lista adottata dall’Italia.

Nel frattempo, i centri albanesi continueranno ad essere utilizzati come cpr. Anche se è proprio sulla carta dell’entrata in vigore anticipata del nuovo Patto asilo e immigrazione e del regolamento rimpatri, già più volte sollecitata dal ministro dell’Interno Piantedosi negli ultimi consigli degli Affari interni Ue, che il Viminale conta per cercare prima o poi di mandare a regime quei centri sempre più vuoti Dei 400 posti disponibili a Gjader, meno di 30 sono quelli occupati.

Di più: per i centri in Albania nel 2026 potrebbe comunque non cambiare nulla, perché le procedure accelerate di frontiera, hanno stabilito i Paesi Ue, possono essere applicate in Paesi terzi ma solo all’interno della Ue. E l’Albania non lo è. Persino l’utilizzo delle strutture come cpr resta sub judice della Corte di giustizia Ue a cui si è rivolta la Cassazione, poco convinta della legittimità dell’operazione. Ma la sentenza non arriverà prima del prossimo anno.

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