Migranti, la giudice Albano: “Applicavamo le leggi e ci chiamavano eversori. Sono stati ribaditi principi ovvi”
di Alessandra ZinitiROMA – «Ci hanno dato degli eversivi, ma stavamo facendo solo il nostro lavoro di giudici: applicavamo la legge». Silvia Albano, giudice della sezione dell’immigrazione del tribunale di Roma e presidente di Magistratura democratica, è stata protagonista, suo malgrado, del braccio di ferro tra giudici e governo sull’applicazione del protocollo Italia-Albania.
Soddisfatta del pronunciamento della Corte di giustizia europea?
«Sì, dopo tutto quello che è successo, sono contenta. Siamo stati sempre molto sereni. Perché già la sentenza della Cgue del 4 ottobre 2024 era molto chiara».
E ora vi hanno dato ragione su tutta la linea, mi pare.
«Per certi versi sono stati ribaditi principi ovvi: il diritto Ue prevale sulla normativa interna e le leggi italiane non possono violare il diritto Ue. Si studia all’università».
ROMA – «Ci hanno dato degli eversivi, ma stavamo facendo solo il nostro lavoro di giudici: applicavamo la legge». Silvia Albano, giudice della sezione dell’immigrazione del tribunale di Roma e presidente di Magistratura democratica, è stata protagonista, suo malgrado, del braccio di ferro tra giudici e governo sull’applicazione del protocollo Italia-Albania.
Soddisfatta del pronunciamento della Corte di giustizia europea?
«Sì, dopo tutto quello che è successo, sono contenta. Siamo stati sempre molto sereni. Perché già la sentenza della Cgue del 4 ottobre 2024 era molto chiara».
E ora vi hanno dato ragione su tutta la linea, mi pare.
«Per certi versi sono stati ribaditi principi ovvi: il diritto Ue prevale sulla normativa interna e le leggi italiane non possono violare il diritto Ue. Si studia all’università».
E però sono mesi che in Italia è in corso un braccio di ferro tra giudici e governo su questo tema.
«Noi non abbiamo inventato nulla. Abbiamo interpretato la direttiva europea sulla base della sentenza del 24 ottobre. È vero che la Corte era stata interpellata su un altro aspetto, ma nella motivazione era stata chiara. E ora ha confermato questi principi: la designazione dei paesi di origine sicura deve essere fatta sulla base dei presupposti indicati nelle norme Ue, il giudice ha il dovere di verificare la legittimità della designazione, che è illegittima se il Paese non è sicuro per tutti, anche per le minoranze. Se per alcune categorie di persone il Paese non è sicuro non può essere designato paese di origine sicura e applicata la procedura accelerata prevista in tali casi».
Non sembrava che fosse tutto così scontato. C’era stato un grande pressing politico sulla Corte.
«Sì, c’è stato un grande pressing. La commissione europea stessa prima ha depositato una memoria scritta sostenendo le ragioni del tribunale di Roma e poi nella discussione orale ha cambiato posizione. Alle obiezioni di alcuni Stati che ritenevano dovesse leggersi la direttiva alla luce del regolamento che entrerà in vigore a giugno 2026, la corte ha risposto che ora va applicato il diritto vigente, se vuole il Parlamento europeo potrà eventualmente anticipare l’entrata in vigore del regolamento. Che comunque non risolverà comunque il problema Albania».
Nel senso che?
«Il regolamento stabilisce che le zone di frontiera - in cui possono essere applicate le procedure accelerate per i migranti provenienti da Paesi sicuri - devono essere individuate nel territorio della Ue. E l’Albania non lo è».
La Cgue sottolinea che questa pronuncia ora è vincolante per tutti i giudici nazionali.
«Obbligatoria per i giudici e per gli Stati».
Da un punto di vista personale, questa vicenda le è costata parecchio. Le minacce a lei e alla sua famiglia, la scorta.
«Ho avuto una vigilanza per le minacce ricevute. In realtà molti giudici di tanti tribunali hanno sostenuto le stesse tesi del tribunale di Roma. Sono stata presa di mira io e pochi altri in particolare forse perché sono presidente di Md. Evidentemente si voleva strumentalizzare politicamente queste decisioni sostenendo che erano in contrapposizione al governo. Ci sono state interrogazioni parlamentari, siamo stati chiamati eversivi in parlamento, è stato anche detto che non avevamo capito la sentenza della Corte di giustizia perché era scritta in francese. Ma eravamo sereni, consapevoli di stare solo facendo il nostro lavoro».
Ora cosa succederà ai centri in Albania? Anche sull’utilizzo come Cpr sono stati sollevati dubbi.
«Sì, la Cassazione dubita che sia legittimo in base al diritto Ue trasferire in Albania un migrante già detenuto in un cpr italiano. Per cui siamo in attesa di una sentenza della Cgue anche su questo. Su che fine faranno i centri in Albania dovreste chiederlo al governo. Posso solo dire che i profili di incompatibilità con il diritto dell’Unione erano stati evidenziati dalla dottrina e da molti giuristi già prima che il protocollo partisse. Peccato non ci sia riflettuto sopra».