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Tobagi: “La destra elude la matrice della strage di Bologna perché è nella sua storia”

Benedetta Tobagi

 

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La storica, figlia del giornalista Walter ucciso da terroristi di sinistra: “Continuano a raccontare quello che gli fa comodo. Dal Msi sono nati Ordine nuovo e Avanguardia nazionale”
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Benedetta Tobagi, storica, esperta di terrorismo, che clima si respirava ieri a Bologna?

«Molto bello. La folla, oceanica, ha applaudito lungamente il presidente uscente dell’Associazione delle vittime, Paolo Bolognesi».

Giorgia Meloni ha evitato di menzionare la responsabilità fascista nella strage.

«Come già negli anni precedenti fa delle dichiarazioni generiche contro il terrorismo che potrebbero andare bene per Bologna, l’11 settembre o il Bataclan. C’è un rifiuto nel riconoscere la matrice neofascista della bomba. L’ha fatto anche per la strage di piazza della Loggia, a Brescia».

Perché?

«Perché, per un partito che ha un legame identitario molto forte con la propria storia, significherebbe dover aprire l’album di famiglia. Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, condannati per il 2 agosto, erano cresciuti nella sezione del Fronte della gioventù in via Siena a Roma».

Benedetta Tobagi, storica, esperta di terrorismo, che clima si respirava ieri a Bologna?

«Molto bello. La folla, oceanica, ha applaudito lungamente il presidente uscente dell’Associazione delle vittime, Paolo Bolognesi».

Giorgia Meloni ha evitato di menzionare la responsabilità fascista nella strage.

«Come già negli anni precedenti fa delle dichiarazioni generiche contro il terrorismo che potrebbero andare bene per Bologna, l’11 settembre o il Bataclan. C’è un rifiuto nel riconoscere la matrice neofascista della bomba. L’ha fatto anche per la strage di piazza della Loggia, a Brescia».

Perché?

«Perché, per un partito che ha un legame identitario molto forte con la propria storia, significherebbe dover aprire l’album di famiglia. Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, condannati per il 2 agosto, erano cresciuti nella sezione del Fronte della gioventù in via Siena a Roma».

È una sorta di negazionismo?

«Ora prevale l’elusione. Non ne parla».

Che rapporto ha la destra con la storia repubblicana?

«Strumentale. Continuano a raccontare soltanto quello che gli fa comodo, nell’incapacità a denominare con chiarezza la matrice neofascista dello stragismo».

Un passato che li riguarda come?

«Dal Msi sono nate organizzazioni come Ordine nuovo e Avanguardia nazionale, a cui apparteneva Paolo Bellini, appena condannato in via definitiva per il 2 agosto, che ha raccontato di essere infiltrato nel gruppo per il Msi. Carlo Maria Maggi, condannato per la strage di Brescia, nel 1972 fu addirittura candidato dal partito».

Quindi fa bene Bolognesi a ricordare la matrice missina degli stragisti del 2 agosto?

«Bolognesi è scomodo, perché lo grida con schiettezza in piazza. Ha richiamato pure Carlo Cicuttini, condannato per la strage di Peteano: aveva la tessera del Msi di Almirante, che si adoperò per aiutarlo».

Perché Meloni non fa un discorso in cui dice: noi del Msi eravamo un’altra cosa, io non c’entro nemmeno generazionalmente con quella vicenda?

«Perché la costringerebbe a guardare alla storia del partito a cui si richiama, per intero, con tutte le ambiguità».

E non può farlo?

«Significherebbe anche affrontare il capitolo delle collusioni, con la P2, che poi è l’altro elefante nella stanza».

Cosa c’entra Licio Gelli?

«Gelli è, secondo la Cassazione, tra i mandanti finanziatori della strage. L’ultimo processo, quello a Bellini, ci ha detto che Mario Tedeschi, già senatore del Msi e direttore del Borghese, ricevette del denaro dalla P2 per contribuire al depistaggio in direzione della pista palestinese».

La pista palestinese non è un’alternativa possibile?

«Non ha retto al vaglio dei processi per l’esiguità degli elementi indiziari, ed è stata smentita dalla declassificazione dei documenti dei servizi segreti».

Cioè?

«La pista palestinese sarebbe una vendetta per l’arresto in Italia di un militante del Fplp palestinese che trasportava armi, e che avrebbe infranto il Lodo Moro. Ma alcuni documenti dei servizi, la cui pubblicizzazione era stata richiesta a gran voce dai fautori della pista internazionale, hanno confermato che il Lodo nel 1980 era in pieno vigore».

Però non è mai morta, nel racconto della destra.

«È soprattutto un gran diversivo, e ha avuto un grande rilancio al momento del processo a Gilberto Cavallini, che è il trait d’union con il mondo dello stragismo veneto e dei servizi segreti. Legami che Nar hanno sempre cercato di negare per presentarsi come dei giovani ribelli, espressione dello spontaneismo armato».

Cosa è venuto fuori?

«Al processo sono spuntate delle tessere in bianco per fare dei falsi tesserini dei carabinieri firmate da un generale piduista. È chiaro che bisognava sollevare un polverone».

Perché Bellini viene condannato trent’anni dopo Mambro e Fioravanti?

«Ma venne subito indagato, se la cavò perché l’allora moglie gli diede un alibi. Anni dopo è spuntato un filmato di un turista che lo colloca alla stazione prima della strage, e la moglie, da cui si è separato, ammetterà con grande coraggio di avere testimoniato il falso allora».

La destra vuole riscrivere la storia?

«Anche il silenzio, il non parlarne è una strategia. Nel flusso velocissimo delle notizie tacere, omettere, è molto comodo perché fa guadagnare tempo mentre i riflettori si spostano sull’emergenza successiva».

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