Intorno alle sei di sera è Giorgia Meloni, rientrata da un paio d’ore a Palazzo Chigi dalla trasferta anconetana, a chiudere la faccenda, dopo una settimana di tensioni col Colle sul decreto Sport. «Non possiamo arrivare a uno scontro con il Quirinale», il senso del ragionamento che la presidente del Consiglio affida al titolare dei Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. Nel bel mezzo dell’ultimo Consiglio dei ministri prima delle ferie d’agosto, la premier esce dalla sala dov’è radunato l’esecutivo per discutere di giustizia e sanità. Poco dopo, si allontana anche Ciriani. Infila la porta e raggiunge Meloni. Rapido scambio, ma definitivo, raccontano più fonti presenti alla seduta del Consiglio dei ministri.
In realtà, riferiscono altre fonti governative, il vero bersaglio del malumore della premier, perlopiù silente durante tutta la riunione a Chigi, è un altro: Andrea Abodi, il ministro dello Sport. Non tanto per la linea di strenua difesa del decreto Sport tenuta per giorni, ma …
Intorno alle sei di sera è Giorgia Meloni, rientrata da un paio d’ore a Palazzo Chigi dalla trasferta anconetana, a chiudere la faccenda, dopo una settimana di tensioni col Colle sul decreto Sport. «Non possiamo arrivare a uno scontro con il Quirinale», il senso del ragionamento che la presidente del Consiglio affida al titolare dei Rapporti con il Parlamento, Luca Ciriani. Nel bel mezzo dell’ultimo Consiglio dei ministri prima delle ferie d’agosto, la premier esce dalla sala dov’è radunato l’esecutivo per discutere di giustizia e sanità. Poco dopo, si allontana anche Ciriani. Infila la porta e raggiunge Meloni. Rapido scambio, ma definitivo, raccontano più fonti presenti alla seduta del Consiglio dei ministri.
In realtà, riferiscono altre fonti governative, il vero bersaglio del malumore della premier, perlopiù silente durante tutta la riunione a Chigi, è un altro: Andrea Abodi, il ministro dello Sport. Non tanto per la linea di strenua difesa del decreto Sport tenuta per giorni, ma soprattutto per l’ultima sortita, pronunciata ieri pomeriggio in Senato. Quel «rispettosamente no», proferito in risposta alla domanda dei cronisti, che gli chiedevano se temesse, a nome del governo, che il Colle rispedisse indietro il decreto. Un’uscita stonata, come minimo, a sentire la cerchia di Meloni. Che forse - questo almeno pensano altri ministri - ha mandato a monte l’ultima trattativa, quella che prevedeva una limatura del decreto a Palazzo Madama, con il taglio di un paio di passaggi contestati a livello procedurale dal Quirinale, ma salvando l’emendamento a cui il governo teneva di più.
Il provvedimento che permetteva a Sport e Salute, controllata al 100% dal Mef, di entrare nei comitati di tutte le manifestazioni sportive che ricevono più di 5 milioni di euro di contributi da parte dello Stato o delle sue partecipate. Una norma a cui teneva molto la Lega, che esprime il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Ma anche Fratelli d’Italia, che ha nominato al vertice della società Marco Mezzaroma, stimatissimo da Meloni. In ogni caso, all’imbrunire, è Meloni a tagliare la testa al toro, dopo ripetuti contatti in giornata tra Palazzo Chigi e il Quirinale. E dopo un’ultima trattativa, raccontano più esponenti di FdI, di cui si sarebbe fatto carico direttamente la seconda carica dello Stato, il presidente del Senato, Ignazio La Russa. Alla fine l’ordine di scuderia di Meloni è: depennare tutti i passaggi controversi. Soprattutto in una giornata come ieri, funestata anche dal caso Almasri.
Già giorni fa il Quirinale, nel corso delle interlocuzioni che intercorrono abitualmente sui provvedimenti di legge, aveva messo in chiaro i suoi rilievi, ravvisando l’insussistenza della necessità di urgenza del cuore della riforma sportiva. Era stato fatto notare che non era proprio il caso di assumere per decreto i precari della Commissione che dovrà verificare i conti delle società sportive professionistiche, ma che occorresse indire un regolare concorso. E anche per Sport e Salute, trasformata in organizzatore e gestore di grandi eventi mancavano i requisiti del decreto legge. Andando allo scontro, com’è parso a un certo punto dalle dichiarazioni fatte da Abodi e dall’insistenza della maggioranza in Senato, si sarebbe corso il rischio di farsi rimandare indietro la legge. Un incidente grave che avrebbe rischiato di far riaprire le Camere nella settimana di Ferragosto. Meglio non correre rischi.
Ci sono due limiti per i quali la dottrina Mattarella non ha ammesso deroghe in questi anni: i provvedimenti devono essere omogenei per materia e la decretazione d’urgenza va assunta se davvero necessaria. Il punto è che ormai il governo ha deciso di legiferare per decreto abitualmente, scavalcando le prerogative del Parlamento. Da qui i ripetuti stop del Quirinale. Ecco spiegato il conflitto di ieri. Una tensione che dura ormai da qualche settimana.