Un colpo al giorno contro le toghe, ogni pretesto è buono. Ieri mattina il casus belli è stata un’intervista del presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Cesare Parodi, alla trasmissione Radio anch’io dedicata al caso Almasri. La domanda del conduttore, Giorgio Zanchini, è quella che tutti si stanno facendo in queste ore, ovvero l’eventualità che un processo nei confronti della capo di gabinetto di via Arenula Giusi Bartolozzi - che non è una parlamentare ma è al centro della vicenda del rilascio del torturatore libico - possa coinvolgere indirettamente anche i ministri.
Parodi risponde in linea teorica: «Un processo dove vengono accertati magari in via definitiva certi fatti ha evidentemente un ricaduta politica, neanche tanto indirettamente, sulle persone coinvolte». Un ragionamento quasi scontato, ma che viene usato subito come un gancio dal ministro Nordio per un attacco diretto alla magistratura: «Sono sconcertato dalle parole di un presidente Anm considerato, sino ad o…
Un colpo al giorno contro le toghe, ogni pretesto è buono. Ieri mattina il casus belli è stata un’intervista del presidente dell’Associazione nazionale magistrati, Cesare Parodi, alla trasmissione Radio anch’io dedicata al caso Almasri. La domanda del conduttore, Giorgio Zanchini, è quella che tutti si stanno facendo in queste ore, ovvero l’eventualità che un processo nei confronti della capo di gabinetto di via Arenula Giusi Bartolozzi - che non è una parlamentare ma è al centro della vicenda del rilascio del torturatore libico - possa coinvolgere indirettamente anche i ministri.
Parodi risponde in linea teorica: «Un processo dove vengono accertati magari in via definitiva certi fatti ha evidentemente un ricaduta politica, neanche tanto indirettamente, sulle persone coinvolte». Un ragionamento quasi scontato, ma che viene usato subito come un gancio dal ministro Nordio per un attacco diretto alla magistratura: «Sono sconcertato dalle parole di un presidente Anm considerato, sino ad ora, equilibrato. Non so come si permetta di citare la mia capo di gabinetto, il cui nome per quanto almeno mi risulta non è citato negli atti. In caso contrario dovrei desumere che Parodi è a conoscenza di notizie riservate. Quanto all’aspetto politico, considero queste affermazioni, fatte da un autorevole rappresentante Anm, una impropria ed inaccettabile invasione di prerogative istituzionali».
Il tentativo politico è chiaro, far passare il messaggio che l’Anm è in combutta con la procura di Roma ed è a conoscenza di chissà quali notizie segrete su una prossima iscrizione nel registro degli indagati di Bartolozzi, che in quelle ore fece da regista dietro le quinte del rilascio del capo milizia libico.
La retromarcia di Parodi, che si affretta a precisare di non aver «mai citato né fatto riferimento a Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Nordio, rispetto al caso Almasri, come si può evincere dalla stessa registrazione dell’intervista» non serve a nulla. La maggioranza, impegnata in uno scontro politico con la magistratura in vista del referendum sulla separazione delle carriere, sfrutta il varco e inizia subito la batteria delle dichiarazioni incendiarie. Maurizio Gasparri, Forza Italia, parla di «una sorta di avvertimento preventivo nei confronti del governo e del capo di gabinetto del ministero della Giustizia, Bartolozzi». Il ministro Antonio Tajani, si dice «basito» dalle parole di Parodi, sottolinea che Bartolozzi «non è citata in nessuna carta» e quindi si domanda se il leader dell’Anm «sappia qualche cosa» e ci sia una possibile «violazione del segreto istruttorio». Anche da FdI denunciano una situazione «inquietante», evidenziando da un lato il fatto che gli atti riguardanti la chiusura delle indagini non sono ancora stati trasmessi dal procuratore Lo Voi al Parlamento (arriveranno in serata, ndr), e dall’altro che Parodi «commenta questi provvedimenti che non sono nella nostra disponibilità, ma di cui parla come se li avesse».
Attacchi in fotocopia che nascondono un timore reale, confessato a mezza bocca. Che lo scudo parlamentare, ovvero il no alla richiesta del tribunale dei ministri di processare Nordio, Piantedosi e Mantovano (che sicuramente ci sarà: i numeri in Parlamento non sono in discussione) non basti a fermare l’inchiesta. Il tallone d’Achille è proprio Bartolozzi: è stata lei infatti a gestire il dossier Almasri in via Arenula. Lei, quella domenica di gennaio, a chiedere «riservatezza» agli uffici, con un’inusuale richiesta di non utilizzare il protocollo ma la app criptata Signal. Lei a tenere fermo sulla scrivania il nuovo mandato di cattura, già preparato dagli uffici. Quello che avrebbe impedito la scarcerazione del torturatore libico.