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Meloni: prendere tempo per mettere l’immunità nei giorni del voto su Salis

(reuters)

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Il piano: lo stop alla richiesta di processo alla fine di settembre quando l’Eurocamera deciderà sull’immunità della deputata Avs
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Alla mezza, in un tavolino del ristorante di Montecitorio, si attovagliano Carlo Nordio, la fedelissima capo-staff Giusi Bartolozzi e l’avvocata del Guardasigilli (e di mezzo governo) per il caso Almasri, Giulia Bongiorno. Pasto rapido, ma chiacchierata fittissima con la senatrice leghista, che difende pure la premier. Tornato in Transatlantico, il ministro della Giustizia si fa però molto meno loquace, almeno con i cronisti: «Ho ricevuto le carte dalla Procura? Ad ora, le 13, ancora no». Stop. In serata però la richiesta di rinvio a giudizio raggiunge gli esponenti di governo coinvolti nel pasticcio della liberazione del torturatore libico: il capo del Viminale, Matteo Piantedosi, il sottosegretario Alfredo Mantovano. E Nordio. Il titolare della Giustizia viene avvistato a Palazzo Chigi in mattinata, anche se la cerchia di Giorgia Meloni esclude un faccia a faccia tra i due. Più probabile che abbia incontrato Mantovano e l’altro sottosegretario alla presidenza, Giovanbattista Fazzola…

Alla mezza, in un tavolino del ristorante di Montecitorio, si attovagliano Carlo Nordio, la fedelissima capo-staff Giusi Bartolozzi e l’avvocata del Guardasigilli (e di mezzo governo) per il caso Almasri, Giulia Bongiorno. Pasto rapido, ma chiacchierata fittissima con la senatrice leghista, che difende pure la premier. Tornato in Transatlantico, il ministro della Giustizia si fa però molto meno loquace, almeno con i cronisti: «Ho ricevuto le carte dalla Procura? Ad ora, le 13, ancora no». Stop. In serata però la richiesta di rinvio a giudizio raggiunge gli esponenti di governo coinvolti nel pasticcio della liberazione del torturatore libico: il capo del Viminale, Matteo Piantedosi, il sottosegretario Alfredo Mantovano. E Nordio. Il titolare della Giustizia viene avvistato a Palazzo Chigi in mattinata, anche se la cerchia di Giorgia Meloni esclude un faccia a faccia tra i due. Più probabile che abbia incontrato Mantovano e l’altro sottosegretario alla presidenza, Giovanbattista Fazzolari.

La strategia del governo per gestire la grana giudiziaria comincia però a prendere forma, nelle riunioni riservate di queste ore. Meloni fa il punto con lo staff prima d’imbarcarsi per la Serbia, a cena dal presidente, Aleksandar Vucic. C’è anche un cronoprogramma, sullo scudo penale con cui l’esecutivo è pronto a proteggere i suoi tre rappresentanti impelagati nell’inchiesta. Intanto, il luogo: a esprimersi per il terzetto sarà la Camera. Matteo Renzi, senatore, alla buvette ieri masticava amaro: «Avrei voluto avere Mantovano per le mani...». A Montecitorio la giunta delle autorizzazioni, che si riunirà stamattina per iniziare a discutere il caso, ha 30 giorni di tempo per esprimere un parere sulla richiesta di processo. E la maggioranza è intenzionata a prenderseli tutti. Passato un mese, a settembre inoltrato, il centrodestra avrebbe altri 30 giorni per far votare l’Aula.

Coincidenza, la seduta che casserà l’inchiesta dei pm di Roma dovrebbe essere programmata proprio nei giorni in cui il Parlamento Ue si esprimerà su Ilaria Salis, l’eurodeputata di Avs, incarcerata per 15 mesi in Ungheria e ora protetta dall’immunità comunitaria. A Strasburgo, prima la commissione “Juri” e poi la plenaria voterà per fine settembre sulla possibile revoca della tutela. Il voto di Montecitorio sull’affaire Almasri dovrebbe essere fissato a ridosso. Così ai piani alti dell’esecutivo proveranno a smontare le accuse che arriveranno da sinistra: i ministri di Meloni scappano dai giudici. «Ma la stessa sinistra — è la tesi — salverà Salis dall’accusa di lesioni». La strategia è questa. Anche se naturalmente nel centrodestra parlano di mera casualità, circa i due voti, come dire: non c’è bisogno di forzare le cose. Di sicuro la sincronia tornerà utile.

Meloni, seccatissima dagli strascichi giudiziari (lunedì sera, prima di pubblicare il post sull’inchiesta, ha lasciato bruscamente la presidenza del Cdm a Tajani), intende però sfruttare la nuova crociata anti-toghe per il referendum sulla giustizia, visto che i sondaggi sono ballerini. Restano i crucci per i possibili esiti in tribunale: non per i ministri, che saranno scudati. Ma per una eventuale, per ora solo temuta, iscrizione nel registro degli indagati di Bartolozzi, la capo di gabinetto di Nordio. Bartolozzi oggi non è nemmeno indagata, ma l’eventualità è stata commentata ieri dal capo dell’Anm. La capo di gabinetto, che non ha ruoli apicali nell’esecutivo, non sarebbe protetta da un voto del Parlamento. E un processo naturalmente porterebbe con sé altre indagini, nuove liste di testimoni, interrogatori. Anche per questo dentro FdI c’è chi ipotizza, in una seconda fase, il ricorso al segreto di Stato sulla vicenda. Come arma finale.

Per ora a Palazzo Chigi s’insinuano ipotetici vizi procedurali della Procura: il fatto che le carte siano state trasmesse alla Camera con 4 giorni «di ritardo»; che Mantovano, pur chiedendolo, non sia stato ascoltato dai pm; le «fughe di notizie» denunciate via social da Meloni. Tutto, più in là, potrà tornare comodo.

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