Il mandato di arresto di Almasri rimasto nei cassetti del ministero della Giustizia
di Giuliano FoschiniEcco il documento che gli uffici del ministero della Giustizia avevano preparato e messo a disposizione della capa di gabinetto Giusi Bartolozzi per evitare la scarcerazione di Almasri: il mandato di arresto mai inviato alla procura e alla Corte d’appello di Roma.
«Se il ministro avesse ritenuto di trasmettere gli atti alla procura generale — spiega a verbale una delle dirigenti del ministero, ascoltata dal tribunale dei ministri — che li avrebbe a sua volta trasmessi (con richiesta di misura cautelare, ndr) alla Corte d’appello, quest’ultima avrebbe, se del caso, potuto — come capita a volte anche quando ci sono gli arresti nelle procedure ordinarie — non convalidare l’arresto ma applicare, comunque, sussistendone i presupposti, ferma ovviamente l’autonomia decisionale dell’autorità giudiziaria, la misura cautelare, evitando così la liberazione. Si erano immaginati un meccanismo simile». Tradotto: il tribunale avrebbe potuto sanare il problema, annullando il primo arresto ed emettend…
Ecco il documento che gli uffici del ministero della Giustizia avevano preparato e messo a disposizione della capa di gabinetto Giusi Bartolozzi per evitare la scarcerazione di Almasri: il mandato di arresto mai inviato alla procura e alla Corte d’appello di Roma.
«Se il ministro avesse ritenuto di trasmettere gli atti alla procura generale — spiega a verbale una delle dirigenti del ministero, ascoltata dal tribunale dei ministri — che li avrebbe a sua volta trasmessi (con richiesta di misura cautelare, ndr) alla Corte d’appello, quest’ultima avrebbe, se del caso, potuto — come capita a volte anche quando ci sono gli arresti nelle procedure ordinarie — non convalidare l’arresto ma applicare, comunque, sussistendone i presupposti, ferma ovviamente l’autonomia decisionale dell’autorità giudiziaria, la misura cautelare, evitando così la liberazione. Si erano immaginati un meccanismo simile». Tradotto: il tribunale avrebbe potuto sanare il problema, annullando il primo arresto ed emettendone contestualmente un secondo, se avesse ricevuto il documento dal ministero. Viene preparata la bozza ma Bartolozzi risponde: «È una valutazione complessa, c’è un’interlocuzione anche con altri ministri. Citò Chigi e ci disse che il governo era stato coinvolto tutto in questa valutazione».
La richiesta di estradizione arrivata dopo la liberazione
Tra le bugie segnalate nella ricostruzione del tribunale dei ministri quella sulla richiesta di estradizione della Libia. Secondo quanto l’Italia ha scritto alla Cpi fu uno dei motivi per cui Almasri venne scarcerato. «Ma la richiesta è stata protocollata il 22 gennaio quando Almasri era stato già rimpatriato». Una toppa, quindi, secondo i magistrati, che l’Italia ha provato a utilizzare per giustificare la liberazione del torturatore. «Si trattava poi - aggiungono - di una richiesta meramente strumentale, priva di qualsiasi documento giustificativo allegazioni documentali. E, quindi, non avrebbe mai potuto trovare accoglimento».
I telefoni restituiti al libico hanno impedito nuove indagini
L’Italia ha impedito le indagini della Cpi non soltanto scarcerando Almasri. Ma anche non sequestrando e inviando all’Aia, ai magistrati della Cpi, tutto quello che gli era stato sequestrato: «Documenti, carte di credito, telefoni, Sim, sono stati restituiti al libico anziché essere consegnati alla Corte che ne aveva fatto richiesta». In questa maniera non avevano consentito agli investigatori della Cpi «di esaminare quanto sequestrato con particolare riferimento ai dispositivi, così facendo disperdere delle possibili, utili fonti di prova» nelle indagini che la corte dell’Aia ha ancora in piedi su altri criminali libici.