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Almasri, Meloni accusa: “La sinistra usa i giudici”. Schlein: “Siete eversivi”

La premier Giorgia Meloni e il Guardasigilli Carlo Nordio

 

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La premier torna via social sul caso che ha travolto il governo. Nordio: eseguiti miei ordini. Anm: “I magistrati non fanno politica”
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ROMA – In partenza per il mare della Grecia, Giorgia Meloni torna a bersagliare la magistratura. Sfrutta una denuncia alla Cpi contro il governo di Avs, a tema Israele, per rilanciare la sua crociata anti-toghe. Via Facebook. «Non riuscendo a batterci in patria - scrive la premier - la sinistra cerca sempre il soccorso esterno. Hanno un’unica strategia e speranza: provare a liberarsi degli avversari per via giudiziaria, perché alla via democratica hanno rinunciato da un pezzo. Non ci riusciranno». In un altro post pubblicato poco dopo, insiste, parlando della riforma della giustizia, sgraditissima all’associazione nazionale dei magistrati: «Gli italiani ci hanno dato un mandato preciso e noi lo porteremo avanti. Con determinazione, senza paura e a testa alta». Il giorno prima aveva evocato un «disegno politico» dei magistrati, parlando dell’inchiesta sul caso Almasri, alludendo a una ritorsione per la separazione delle carriere. Una sortita «eversiva» per la leader del Pd, Elly Schlei…

ROMA – In partenza per il mare della Grecia, Giorgia Meloni torna a bersagliare la magistratura. Sfrutta una denuncia alla Cpi contro il governo di Avs, a tema Israele, per rilanciare la sua crociata anti-toghe. Via Facebook. «Non riuscendo a batterci in patria - scrive la premier - la sinistra cerca sempre il soccorso esterno. Hanno un’unica strategia e speranza: provare a liberarsi degli avversari per via giudiziaria, perché alla via democratica hanno rinunciato da un pezzo. Non ci riusciranno». In un altro post pubblicato poco dopo, insiste, parlando della riforma della giustizia, sgraditissima all’associazione nazionale dei magistrati: «Gli italiani ci hanno dato un mandato preciso e noi lo porteremo avanti. Con determinazione, senza paura e a testa alta». Il giorno prima aveva evocato un «disegno politico» dei magistrati, parlando dell’inchiesta sul caso Almasri, alludendo a una ritorsione per la separazione delle carriere. Una sortita «eversiva» per la leader del Pd, Elly Schlein. «E non è la prima volta». Irritata, parecchio, pure l’Anm, per questo filotto di uscite. «I magistrati non fanno politica - si legge in una nota diffusa di mattina dall’organismo - ma fanno il loro mestiere nonostante insulti e intimidazioni. Nessun disegno politico: affermarlo è non comprendere la separazione dei poteri». Ovviamente, le accuse ai magistrati di questi giorni non sono passate inosservate al Quirinale. E il presidente della Repubblica è sempre per abbassare i toni, come ha più volte ribadito nei suoi interventi pubblici.

Il governo però insiste. Interviene di nuovo il Guardasigilli, Carlo Nordio. Per difendere la fedelissima capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi. Da giorni nell’esecutivo temono che possa finire indagata - insieme al ministro della Giustizia, a Piantedosi e a Mantovano - e che a differenza degli esponenti di governo non sia protetta dallo scudo parlamentare. Ecco perché Nordio sostiene ora che «tutte le sue azioni sono state esecutive dei miei ordini», sarebbe dunque «puerile ipotizzare che il mio capo di gabinetto abbia agito in autonomia». Il ministro si assume «la responsabilità politica e giuridica» su quanto avvenuto. Ma era stata la stessa Bartolozzi, sentita dai magistrati, ad asserire di avere agito in autonomia nel caso Almasri, per esempio non consegnando a Nordio la bozza di mandato di arresto per il torturatore libico, sollecitata dalla Corte d’appello. Nordio giudica poi «con raccapriccio» la «sola ipotesi che un’eventuale incriminazione della mia collaboratrice sia un escamotage per attribuire alla giurisdizione penale un compito che ora è squisitamente parlamentare». Di più: «Mi fa inorridire, costituirebbe una strumentalizzazione politica della giustizia».

La discrasia tra la testimonianza di Bartolozzi e la difesa di Nordio non è l’unica contraddizione. Ieri FdI ha certificato un cambio di linea. Il governo, con Piantedosi in testa, per mesi, addirittura in Parlamento, ha negato «categoricamente» che dietro al rilascio di Almasri ci fossero minacce di ritorsioni dalla Libia. Ieri invece il capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, ha sostenuto: «Abbiamo rimandato in Libia un presunto criminale per tutelare centinaia di italiani che sono lì a Tripoli». Quanto al segreto di Stato mai apposto, «non avevamo motivo di secretare questa cosa».

Il centrodestra non vuole però che tutti gli atti dell’inchiesta Almasri siano resi pubblici e accessibili a chiunque. Ieri il presidente della giunta delle Autorizzazioni della Camera, il rossoverde Devis Dori, ha fatto sapere che chiederà, con una proposta di modifica al regolamento, che tutti i documenti trasmessi finora (e non solo la richiesta di autorizzazione) vengano messi a disposizione di tutti i deputati. Il presidente della Camera, il leghista Lorenzo Fontana, replicando a una sollecitazione di Avs, ha fatto sapere però che a regole vigenti e per «prassi ampiamente consolidata» non è una strada percorribile.

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