Veneto, la destra bloccata nel vicolo cieco del dopo Zaia. Lega-FdI senza successore
dalla nostra inviata Annalisa CuzzocreaSul murale di fronte all’ospedale di Padova c’è una wonder woman azzurra con camice, stetoscopio e mascherina tricolore. Il ricordo del Covid qui è vivo, la battaglia contro il virus è stata una delle ragioni del successo straordinario di Luca Zaia alle ultime elezioni regionali: 76 per cento. Per il centrosinistra, la peggiore sconfitta degli ultimi cinquant’anni. Padova è una città silenziosa: non fosse per i lavori della tramvia, o per il chitarrista che suona sotto al palazzo delle Assicurazioni generali, c’è nell’aria – alle nove del mattino – un’insolita quiete. Come se tutti, per tacito accordo, avessero deciso di parlare sottovoce. Il presidente del Veneto è venuto a svelare il progetto dell’ospedale nuovo, i medici si affollano davanti alla sala conferenze: «Nasce un polo da oltre 1800 posti letto, un centro di ricerca internazionale, un punto di riferimento per i trapianti». Zaia parla con orgoglio di quanto fatto in questi quindici anni. Non ha mai nascosto che avrebbe volu…
Sul murale di fronte all’ospedale di Padova c’è una wonder woman azzurra con camice, stetoscopio e mascherina tricolore. Il ricordo del Covid qui è vivo, la battaglia contro il virus è stata una delle ragioni del successo straordinario di Luca Zaia alle ultime elezioni regionali: 76 per cento. Per il centrosinistra, la peggiore sconfitta degli ultimi cinquant’anni. Padova è una città silenziosa: non fosse per i lavori della tramvia, o per il chitarrista che suona sotto al palazzo delle Assicurazioni generali, c’è nell’aria – alle nove del mattino – un’insolita quiete. Come se tutti, per tacito accordo, avessero deciso di parlare sottovoce. Il presidente del Veneto è venuto a svelare il progetto dell’ospedale nuovo, i medici si affollano davanti alla sala conferenze: «Nasce un polo da oltre 1800 posti letto, un centro di ricerca internazionale, un punto di riferimento per i trapianti». Zaia parla con orgoglio di quanto fatto in questi quindici anni. Non ha mai nascosto che avrebbe voluto fossero venti, o forse più. Anzi, ha sperato fino alla fine nel terzo mandato, che per lui sarebbe stato il quarto: ha recepito la legge nazionale che impone il limite in ritardo, e l’ha fatta partire ancora dopo.
Come Emiliano, come De Luca, il presidente leghista non era affatto pronto a mollare. Ma su chi verrà dopo di lui – in una saletta riservata del policlinico - dice solo: «Spero sia una persona che abbia il senso del bene comune. Che metta davanti a tutto i cittadini e sappia dire tanti no». Tiene a questo, Zaia: essere stato dal primo momento il “presidente di tutti”. «La politicizzazione dell’amministrazione non paga. Bisogna agire da buon padre di famiglia, o da bravo amministratore delegato: l’assemblea dei soci sono i cittadini, è a loro che bisogna rispondere». Ricorda che ha portato in Veneto le Olimpiadi quando nessuno ci credeva, e che i tempi di costruzione della pista di bob hanno superato i record cinesi. Della sanità – sulla quale il centrosinistra unito guidato dall’ex sindaco di Treviso, Giovanni Manildo, intende sfidarlo – dice, in controtendenza rispetto alla destra: «Per me era importante non far crescere quella privata. C’è un limite che non va superato, oltre quello si abdica alla cura pubblica del cittadino». Difende la battaglia sul fine vita, che lo ha visto sconfitto dalla sua stessa maggioranza: «Ci sono due elementi che la politica dovrebbe considerare, e non lo fa: il dolore, certo. Ma poi, anche la dignità cui si appellano le persone che ci chiedono aiuto e per le quali la sentenza della Consulta non può bastare».
Come ogni re costretto ad abdicare, il presidente veneto non ha costruito la sua successione. Così, da queste parti, è guerra di tutti contro tutti. L’unica cosa certa è che la lista Zaia non ci sarà. Non la vuole nessuno, non ci sono precedenti, se volesse farla – spiega il coordinatore regionale di Fratelli d’Italia Luca De Carlo – «dovrebbe creare un altro partito, ma non accadrà». De Carlo è di Belluno, «sono quello più a nord di tutti, lo dico sempre alla Lega». Invita alla calma: «Qui non si muove nulla fino a inizio settembre». Il destino di Zaia? «È un patrimonio del centrodestra, può fare quel che vuole, ma dev’essere la Lega a trovargli un ruolo». Gli scenari sono tre: sindaco di Venezia, ma in questo caso il candidato presidente non può essere il leghista Alberto Stefani, prescelto da Matteo Salvini; ministro, ma non si vede bene al posto di chi; amministratore delegato in qualche partecipata. «Quest’ultima non mi convince», dice De Carlo, che potrebbe correre per FdI. A parte lui, l’unico candidato credibile è il vicecapogruppo del Senato Raffaele Speranzon. L’europarlamentare Elena Donazzan è esclusa: troppo estrema, il suo stato whatsApp è l’evocativo “Presente”. Per niente vicina a Meloni: quando la premier inventò FdI Donazzan non la seguì, lo fece anni dopo. E questo conta.
«Ormai è Giorgia che parla alla pancia dei veneti – dice De Carlo - ha preso il 37,6 per cento alle europee, il 32,4 alle politiche. Le imprese hanno scelto lei, e in Veneto le imprese sono la società». E i dazi? Il coordinatore glissa. Non prima di dire: «È finito l’impero». Così non sarà facile, per Salvini, difendere la candidatura del suo vicesegretario. Stefani è un ragazzo di 32 anni che ha cominciato a fare politica a 16, è diventato deputato a 25, sindaco del suo comune – Borgoricco, il più leghista d’Italia - a 26. È segretario regionale, ha portato al congresso una “mozione identitaria” anti-Vannacci d’accordo con Zaia, non tradirebbe mai il padre politico, ma a Salvini non somiglia per niente: dottorato di ricerca in diritto canonico, pittore per diletto, il tono mite di un giovane democristiano. Se Zaia corresse da capogruppo ne sarebbe felice. Ma se fosse lui a essere eletto, FdI lo commissarierebbe con la maggioranza dei consiglieri e tutti gli assessorati di peso. Non proprio un affare.
L’ufficio di Roberto Marcato, assessore allo sviluppo economico e all’energia, campione di preferenze, detto bulldog, è pieno di memorabilia: leoni dorati, palloni regalati – «se mi cacciano mi do al calcio» – soprattutto, le felpe e le magliette di ogni battaglia. «Mi candiderei alla presidenza di corsa, ma non mi sceglieranno mai, perché dico quello che penso». Ad esempio, che negata l’autonomia la Lega doveva uscire dal governo. Che ora, se il candidato non sarà il suo, bisognerebbe correre da soli con tre liste: quella ufficiale, una di Zaia e una degli amministratori locali. Che Vannacci non c’entra niente con un partito che Bossi aveva voluto post ideologico e antifascista. Che i no vax sono persone arrabbiate e scelgono ogni volta «il più cattivo dei cattivi, mentre noi abbiamo combattuto a mani nude e ci siamo salvati grazie alla scienza». Ha paura che la Lega veneta, quella del territorio, possa sparire: «Per me dire che decide Roma è una bestemmia!». Pensa che il centrosinistra non vada sottovalutato: «Ho incontrato Manildo a Treviso il primo agosto: abbiamo bevuto insieme un goccio di vino bianco a stomaco vuoto. Serve a tenere lontani i guai e i serpenti». Quelli metaforici? Anche.
La candidatura di centrosinistra è campo larghissimo, ci ha lavorato il dem Andrea Martella con le primarie del programma, ha remato con lui Giacomo Possamai. «È un campo da ricostruire – dice il sindaco di Vicenza – e lo stiamo facendo bene. Ma sappiamo che le due leghe non esistono, alla fine si accordano sempre». A dimostrazione, tra i fedelissimi di Zaia gira una voce che è come un invito: «E se candidassimo il ministro Nordio a nome di tutta la coalizione? Sarebbe un modo perfetto per andare d’accordo». E per liberare un posto al governo, certo. I giochi sono appena cominciati.