Rai condannata per circolare ai dipendenti che fanno politica. Ne arriva un’altra su uso dei social
di Ernesto FerraraCinquantamila euro di risarcimento ai ricorrenti. E l’obbligo di predisporre un piano per la rimozione delle condotte discriminatorie nei confronti di dipendenti che vogliano fare politica fuori dal lavoro. Il Tribunale del lavoro di Busto Arsizio ha condannato la Rai per la vicenda della circolare interna a firma dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi del 5 maggio scorso che imponeva restrizioni per tutti i dipendenti e i collaboratori che avrebbero fatto attività referendaria in vista della tornata dell’8-9 giugno e in generale per i dipendenti e collaboratori candidati alle elezioni. “Non solo sotto il profilo economico, ma anche sotto il profilo delle condizioni di lavoro, il provvedimento nelle parti in contestazione penalizza e quindi discrimina coloro che in forza della libertà di pensiero e associazione esprimono nel loro privato extra lavorativo una legittima opinione o ne condividono il valore o anche solo aderiscono idealmente a enti o organismi referendari o politici…
Cinquantamila euro di risarcimento ai ricorrenti. E l’obbligo di predisporre un piano per la rimozione delle condotte discriminatorie nei confronti di dipendenti che vogliano fare politica fuori dal lavoro. Il Tribunale del lavoro di Busto Arsizio ha condannato la Rai per la vicenda della circolare interna a firma dell’amministratore delegato Giampaolo Rossi del 5 maggio scorso che imponeva restrizioni per tutti i dipendenti e i collaboratori che avrebbero fatto attività referendaria in vista della tornata dell’8-9 giugno e in generale per i dipendenti e collaboratori candidati alle elezioni. “Non solo sotto il profilo economico, ma anche sotto il profilo delle condizioni di lavoro, il provvedimento nelle parti in contestazione penalizza e quindi discrimina coloro che in forza della libertà di pensiero e associazione esprimono nel loro privato extra lavorativo una legittima opinione o ne condividono il valore o anche solo aderiscono idealmente a enti o organismi referendari o politici, rispetto agli altri lavoratori e collaboratori, che non esprimono opinioni o non agiscono attivamente nel loro privato extra lavorativo”, ha stabilito nella sentenza il Tribunale, che già aveva sospeso il provvedimento lo scorso 16 maggio.
L’atto, contestato dall’avvocato Carlo De Marchis, riguardava tutti i lavoratori Rai, anche le partite Iva o i cococo. E stabiliva sostanzialmente che coloro che erano candidati, anche in un piccolo Comune, devono mettersi in ferie o permesso, oppure stare in aspettativa; chi era impegnato nella campagna referendaria avrebbe dovuto comunicarlo all’azienda, così da essere depennato dai titoli di coda delle trasmissioni. Una mossa che aveva provocato la rivolta delle opposizioni e un ricorso al Tribunale del lavoro da parte della Slc Cgil e dall’associazione Andos, l’associazione nazionale lotta alle discriminazioni. Adesso la condanna.
La sentenza, firmata dalla giudice Franca Molinari, “ordina alla Rai di adottare un piano di rimozione degli effetti delle condotte discriminatorie accertate, al fine di evitare il ripetersi della discriminazione, di concerto con la ricorrente e l’organizzazione sindacale intervenuta” e ordina sempre alla Rai “di pubblicare la sentenza, entro quindici giorni, su Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, La Repubblica e La Stampa e di diffonderlo a tutti i lavoratori della società mediante pubblicazione sul sito aziendale”. Non solo: “Condanna la parte resistente al pagamento, a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale, della somma complessiva di € 50.000 (euro 25.000 in favore della ricorrente Associazione nazionale lotta alle discriminazioni ed euro 25.000 in favore di Slc Cgil nazionale)” e al pagamento, “in favore della parte ricorrente e della intervenuta, delle spese processuali”, circa 6mila euro. “Nel caso in esame – si legge nella sentenza - è ravvisabile una discriminazione diretta di tipo collettivo che oggettivamente penalizza i lavoratori e i collaboratori della Rai s.p.a., indipendentemente dalle mansioni e dal ruolo svolto all’interno dell’azienda, che nella loro sfera extra lavorativa partecipano alla vita politica del Paese, esprimendo il loro pensiero e una forma di dissuasione dei lavoratori dal partecipare - anche solo come semplici membri - in enti che esprimono, al di fuori del contesto lavorativo del servizio pubblico erogato, una legittima posizione politica di rischio (discriminatorio). Nel caso in esame la discriminazione colpisce il lavoratore e il collaboratore per il solo fatto di avere esercitato il proprio diritto di elettorato passivo o per esercitare il diritto costituzionale di aderire o essere membro di un ente politico – sindacale ovvero per il solo fatto di aderire ad enti che esprimono una opinione sui quesiti referendari di carattere sociale o in merito alle consultazioni elettorali. In sostanza la comunicazione interna dell’amministratore delegato della Rai, secondo il Tribunale, “produce un effetto discriminatorio e lede diritti fondamentali dell’individuo costituiti dal diritto di esprimere liberamente al di fuori del contesto lavorativo il proprio pensiero (art. 21), dal diritto di partecipare alla vita pubblica e aderire ad associazioni e partiti e dal non essere discriminati. Come già sottolineato nell’ordinanza, l’esigenza di garantire la neutralità del servizio pubblico non giustifica la discriminazione in oggetto che, per l’appunto, colpisce il lavoratore e il collaboratore a causa delle sue legittime opinioni personali nel momento in cui queste non si esprimono in azioni concrete, dirette o indirette nel servizio pubblico”.
Nuova circolare di Rossi: altolà all’iso dei social
L’8 agosto è arrivata un’altra circolare ai dipendenti sempre a firma dell’ad Giampaolo Rossi. Questa volta riguarda l’iso dei social. "Anche la pubblicazione sui profili social personali, come qualsiasi attività sui presidi digitali, è considerabile alla stregua di comunicazione 'pubblica' e pertanto vincolata dal Codice Etico", scrive l’amministratore delegato ai dipendenti, invitandoli dunque a uniformarsi ai principi di "diligenza, correttezza, buona fede e lealtà nell'utilizzo dei presidi digitali" nei post e commenti online. "Qualsiasi violazione - il monito del capo dell'azienda - di quanto già normato sarà valutata sotto i profili disciplinari".
Chi lavora per la Rai deve quindi attenersi alle "norme aziendali" che prescrivono che "la divulgazione di atti, notizie e informazioni relative all'azienda, in qualsiasi contesto 'pubblico' (compreso quello delle piattaforme social), sia di pertinenza esclusiva dell'ufficio stampa". Inoltre, si ricorda nella circolare, "l'attività sui profili social aziendali pertanto (sia se centralizzata nelle responsabilità della Direzione Rai Play e Digitai, sia se eseguita dalle redazioni di alcuni programmi) deve rispondere unicamente all'esigenza di pubblicazione di contenuti editoriali e/o promozionali dei prodotti audiovisivi di competenza".
Il richiamo è generale e non contiene riferimenti a episodi specifici. Ma sono numerosi i volti noti dell'azienda molto attivi sui social.