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L’attivista: “La sfida è superare i campi rom grazie a casa e lavoro”

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Carlo Stasolla: “La microcriminalità non è una questione etnica, in contesti di esclusione accadrebbe lo stesso se ci vivessero comunità scandinave”
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«Superare i campi rom in Italia si può e si deve. C’è una via maestra già segnata e devo dire che negli ultimi quindici anni molte amministrazioni comunali, di centrosinistra, ma anche di centrodestra, lo stanno facendo con numeri significativi».

Carlo Stasolla, con l’Associazione 21 luglio da anni lavora all’interno dei campi rom in Italia e ne effettua un continuo censimento.

Matteo Salvini è tornato ad invocare le ruspe sui campi rom.

«A parte che i quattro ragazzini in questione non vivono in un campo rom e le loro famiglie stanno su un terreno privato, in ogni caso invocare la ruspa non serve ad altro che ad alimentare odio e pregiudizio. E invece noi dobbiamo andare verso politiche di recupero e di integrazione».

Si, ma come? Quale sarebbe questa via maestra?

«Il processo è assai più semplice di quello che si pensa. Bisogna fare in modo che chi vive in un campo rom possa accedere a una vita normale. Passando da cinque pilastri: innanzitutto la regolarizzazione giuridica. Molte d…

«Superare i campi rom in Italia si può e si deve. C’è una via maestra già segnata e devo dire che negli ultimi quindici anni molte amministrazioni comunali, di centrosinistra, ma anche di centrodestra, lo stanno facendo con numeri significativi».

Carlo Stasolla, con l’Associazione 21 luglio da anni lavora all’interno dei campi rom in Italia e ne effettua un continuo censimento.

Matteo Salvini è tornato ad invocare le ruspe sui campi rom.

«A parte che i quattro ragazzini in questione non vivono in un campo rom e le loro famiglie stanno su un terreno privato, in ogni caso invocare la ruspa non serve ad altro che ad alimentare odio e pregiudizio. E invece noi dobbiamo andare verso politiche di recupero e di integrazione».

Si, ma come? Quale sarebbe questa via maestra?

«Il processo è assai più semplice di quello che si pensa. Bisogna fare in modo che chi vive in un campo rom possa accedere a una vita normale. Passando da cinque pilastri: innanzitutto la regolarizzazione giuridica. Molte di queste persone fuggite anni fa dalla ex Jugoslavia non hanno neanche i documenti. Poi occorre procedere alla loro inclusione sanitaria, scolastica e lavorativa e naturalmente a quella abitativa. L’accesso alle case popolari per queste famiglie è possibile».

E come? Spesso l’assegnazione di alloggi ai rom scatena proteste.

«Ci sono fondi europei dedicati al superamento di condizioni ghettizzanti a cui i Comuni possono accedere. Con procedure ordinarie e senza scavalcare nessuno, le famiglie rom possono ottenere una casa. Si tratta quasi sempre di nuclei familiari numerosi e in condizioni di indiscutibile disagio, e dunque spesso ottengono un punteggio aggiuntivo. E vi assicuro che la casa cambia tutto».

È innegabile però che in tanti casi questi alloggi vengono però vandalizzati.

«È vero. Nel 2020 facemmo uno studio. È come il manicomio o il carcere, capita che le dinamiche del campo, l’illegalità, il degrado, te le porti dietro. Senza voler giustificare nulla, il campo è un ghetto che ti porti dietro, sono ferite lunghe da rimarginare».

Così come è innegabile che molti rom siano autori di reati che incidono sulla percezione di sicurezza della gente.

«Vero anche questo ma non lo ascriverei di certo a una questione etnica. La microcriminalità è legata a contesti marginali ed escludenti, dove non ci sono risorse e servizi. In contesti di questo tipo accadrebbe lo stesso se ci vivessero comunità scandinave. Chiaramente c’è una responsabilità individuale, che va punita, ma il carcere o la comunità per i minori non sono risolutivi. Se si vuole risolvere il problema l’unica strada è l’inclusione sociale».

Esempi virtuosi in Italia?

«Roma innanzitutto. Nel 2024 nel campo di Via Salone c’erano 360 persone. Oggi ce ne sono 170, quelli che abbiamo portato fuori hanno una casa, i bambini vanno a scuola, le persone hanno una tessera sanitaria, i primi contratti di lavoro. Ma anche a Milano sono stati chiusi molti campi. A Latina, Asti. È un processo trasversale: solo il 6 % della popolazione rom in Italia vive nei campi, circa 12-13.000 persone. Meno della metà di quelli che arrivarono negli anni 90 e che, soli in Europa, etichettandoli come nomadi, abbiamo mandato nei campi».

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