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Incidente a Milano, il preside: “I bimbi rifiutano la scuola, così li recuperiamo”

Il campo rom di Via Selvanesco

 

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Gianpaolo Bovio: “Al netto di tre, quattro famiglie recidive che vivono una situazione di degrado, la maggior parte sono rispettose, mandano i figli in classe”
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«Alcuni di loro hanno attacchi di panico quando devono entrare in classe, soprattutto i più piccoli. Li vedi lì, immobili davanti al cancello». Gianpaolo Bovio è il preside dell’Arcadia, l’istituto comprensivo del Gratosoglio, con le sue elementari e medie a pochi metri dall’appartamento dove abitava Cecilia De Astis prima di essere investita. «Tutti i bambini del campo nomadi Chiesa Rossa vengono a studiare da me».

Preside quanti sono?

«Circa sessanta, con i quali seguiamo un protocollo speciale. Bimbi e ragazzini rom che nonostante le grandissime fragilità familiari, vengono accuditi dai loro genitori. So che è molto difficile crederlo dopo quello che è successo».

Anche i quattro protagonisti dell’incidente?

«Non li abbiamo mai visti, non sono nostri studenti, forse perché il loro è un insediamento abusivo. Temo che in realtà nessuno li abbia visti in una classe di recente. Spero di sbagliarmi».

Cosa significa un protocollo speciale?

«Abbiamo educatori che li seguono con percorsi pe…

«Alcuni di loro hanno attacchi di panico quando devono entrare in classe, soprattutto i più piccoli. Li vedi lì, immobili davanti al cancello». Gianpaolo Bovio è il preside dell’Arcadia, l’istituto comprensivo del Gratosoglio, con le sue elementari e medie a pochi metri dall’appartamento dove abitava Cecilia De Astis prima di essere investita. «Tutti i bambini del campo nomadi Chiesa Rossa vengono a studiare da me».

Preside quanti sono?

«Circa sessanta, con i quali seguiamo un protocollo speciale. Bimbi e ragazzini rom che nonostante le grandissime fragilità familiari, vengono accuditi dai loro genitori. So che è molto difficile crederlo dopo quello che è successo».

Anche i quattro protagonisti dell’incidente?

«Non li abbiamo mai visti, non sono nostri studenti, forse perché il loro è un insediamento abusivo. Temo che in realtà nessuno li abbia visti in una classe di recente. Spero di sbagliarmi».

Cosa significa un protocollo speciale?

«Abbiamo educatori che li seguono con percorsi personalizzati, finanziamenti specifici del Comune. La nostra è una scuola di frontiera abituata alla diversità e alle minoranze. Abbiamo moltissimi alunni disabili, stranieri non accompagnati, ragazzini con deprivazioni di ogni tipo. Ma con loro è diverso».

Perché diverso?

«Perché parlano romanes o dialetto e anche solo per insegnare loro a leggere, scrivere e fare di conto ci vuole pazienza e cura. Sono abituati a vivere all’aria aperta e imparare a stare tante ore in un ambiente chiuso è una montagna da scalare per loro».

A cosa si devono gli attacchi di panico?

«A questo, specialmente alle elementari. Nessun bambino arriva dopo aver frequentato una materna. Crescono attaccatissimi ai genitori. Una vita a cielo aperto in una comunità molto chiusa che fa fatica ad aprirsi, che pensa che nostra cultura sia pericolosissima, sembra paradossale ma è così».

E quelli più grandi invece?

«Quando diventano adolescenti a volte provano vergogna con i coetanei. E i genitori sono spaventati da tutto, hanno paura anche a mandare i figli in gita».

A lezione li mandano regolarmente?

«Negli ultimi dieci anni è stato fatto un lavoro enorme su questo. Con il territorio, le associazioni, il Comune. Abbiamo recuperato quasi tutti. Chi ha problemi c’è, ma sono sempre le solite tre, quattro famiglie recidive che vivono una situazione di degrado. La maggior parte sono rispettose, mandano i figli ordinati a scuola. Cerchiamo di creare un legame forte portando i valori della legalità. Le nostre maestre sono andate più volte al campo nomadi, abbiamo celebrato le loro festività insieme».

Che idea si è fatto di quello che è successo?

«La mia esperienza quotidiana mi dice che quando succedono tragedie gravissime come questa sembra che tutti siano così. Come il luogo comune che tutti rubino, siano delinquenti. Non è la realtà e non è per l’educazione rom. C’è un controllo sociale all’interno del campo. Succede questo quando ci sono particolari situazioni di disgregazione in famiglia. E i ragazzini, abbandonati a se stessi, diventano schegge impazzite».

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