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Un nuovo agguato a Zelensky? Così i sette leader europei si preparano al “match” con Trump

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Macron il più duro con il tycoon. Starmer guida i volenterosi. Meloni in equilibrio. Rutte e gli sms adulatori a Donald. Il presidente finlandese e l’arma del golf. I timori di Merz
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Washington - La capitale è deserta. Sopra la Casa Bianca vigila un drone delle forze di sicurezza. I pochi turisti cercano con lo sguardo i soldati della Guardia nazionale appena imposti da Donald Trump. E poi i topi: comandano loro, tagliano la strada e spuntano dietro ogni angolo, entrano indisturbati nei sottoscala, spadroneggiano nel vuoto di metà agosto. Il silenzio è rotto solo da qualche sirena delle scorte dei leader. Arrivano a tarda sera. Tra i primi, Giorgia Meloni. Mette piede al St. Regis a mezzanotte. È abbronzata, ma sfinita dal viaggio imprevisto. Giacca bianca e pantaloni neri, saluta veloce i cronisti - “ma che piacere di vedervi…” - e sale su in camera. La attendono ore delicate, rischiose. Lo stesso vale per gli altri europei.

Quelli che contano davvero sono sette (più Antonio Costa, che si è aggiunto all’ultimo secondo). Non tutti sono “magnifici”, anzi: qualcuno politicamente è in crisi. Cinque uomini e due donne. Due con l’atomica a disposizione. Spesso div…

Washington - La capitale è deserta. Sopra la Casa Bianca vigila un drone delle forze di sicurezza. I pochi turisti cercano con lo sguardo i soldati della Guardia nazionale appena imposti da Donald Trump. E poi i topi: comandano loro, tagliano la strada e spuntano dietro ogni angolo, entrano indisturbati nei sottoscala, spadroneggiano nel vuoto di metà agosto. Il silenzio è rotto solo da qualche sirena delle scorte dei leader. Arrivano a tarda sera. Tra i primi, Giorgia Meloni. Mette piede al St. Regis a mezzanotte. È abbronzata, ma sfinita dal viaggio imprevisto. Giacca bianca e pantaloni neri, saluta veloce i cronisti - “ma che piacere di vedervi…” - e sale su in camera. La attendono ore delicate, rischiose. Lo stesso vale per gli altri europei.

Quelli che contano davvero sono sette (più Antonio Costa, che si è aggiunto all’ultimo secondo). Non tutti sono “magnifici”, anzi: qualcuno politicamente è in crisi. Cinque uomini e due donne. Due con l’atomica a disposizione. Spesso divisi da rancori, ma uniti nella necessità. Una scorta di fatto. Scudo umano per Volodymyr Zelensky, l’alternativa sarebbe quella di lasciarlo solo in balia di Trump. Tutti hanno ancora negli occhi l’agguato di alcuni mesi fa nello Studio Ovale ai danni del presidente ucraino. Allora a sostenere il gioco del tycoon fu soprattutto J.D. Vance (mentre Marco Rubio osservava la scena allibito). Fu esibizione e teatro, ma soprattutto un tentativo di pubblica impiccagione politica di Zelensky. La storia è strana, quella botola restò chiusa, il presidente in mimetica tornò celebre in patria, i sondaggi decretarono: è ancora in piedi.

C’è un problema, però: l’ucraino si ritroverà oggi di nuovo e comunque faccia a faccia con il presidente americano, nonostante la presenza dei big continentali, almeno secondo quanto previsto dall’agenda diffusa nella notte: tutti a palazzo alle 18 (ora italiana), poi alle 19 un bilaterale tra l’americano e l’ucraino, quindi alle 20.15 il pranzo allargato e alle 21 la riunione aperta anche agli europei. Sulla carta, insomma, il tycoon potrebbe inscenare nuovamente un’offensiva contro Zelensky, davanti alle telecamere e ai cronisti accreditati alla Casa Bianca. E infatti, i sette tremano: potrebbero vedersi prima di entrare alla Casa Bianca, tutti assieme attorno alle 17 italiane, nella sede dell’ambasciata ucraina di Washington. Per pianificare le mosse, per raccordarsi. Per evitare soprattutto che quella scena si ripeta, adesso che Vladimir Putin è tornato in società dal portone principale e percorrendo un lungo tappeto rosso. I sette non possono permettergli (e permettersi) che la marcia prosegua a questo ritmo. Nessuno, neanche chi tra loro è più vicino a Trump, vuole che il piano russo accettato dal tycoon permetta a Mosca di schiacciare Kiev. Che ottenga territori che finora non è riuscito a rubare agli ucraini. Abbattere Zelensky significherebbe consegnare bottino pieno allo zar di Russia. Il confine successivo, quello da violare di nuovo, potrebbe diventare quello europeo.

Resistere, dunque, si sono detti i sette ancora ieri. Ma attenti a non irritare troppo l’americano, ben sapendo (e temendo) che nel summit potrebbe cercare un pretesto per sfilarsi, dicendo: siete voi europei a non volere la pace. L’agguato, in quel caso, sarebbe collettivo, all’Unione lasciata senza scudo Usa. Serve equilibrio ed equilibrismo, oggi. Opera di contenimento.

È la missione di questa scorta di Volodymyr. Ecco dunque come sarà composta. Uno per uno, dal più lontano al più vicino al presidente degli Stati Uniti, o comunque: partendo da chi in questi mesi non si è tirato indietro quando si è trattato di dirgli pubblicamente ‘no’. E stasera potrebbe ricapitare.

Emmanuel Macron

All’inizio del nuovo mandato alla Casa Bianca, riportavano con sorpresa molti report delle cancellerie occidentali, Trump sentiva al telefono Macron ogni due giorni. Poi qualcosa si è rotto, anche perché il francese ospite nello Studio Ovale ha allungato la mano sul braccio di Donald per dirgli: ‘Sbagli’. L’americano, che non ama essere contraddetto, pare gli riconosca comunque alcune doti, “è un ragazzo simpatico e intelligente”. In occasione dell’ultimo G7 Donald ha picchiato duro sull’alleato, fino a dirgli che non conta nulla. Letterale, brutale. Macron ha continuato a reagire e resta comunque il più titolato a guardare le spalle a Zelensky, perché assieme al britannico Starmer possiede qualcosa che gli altri non hanno, in quella stanza: l’accesso al pulsante atomico. E si sa, per Trump il rispetto si misura soprattutto sulle testate che si è in grado di sganciare.

Keir Starmer

Lui, appunto, l’altro con l’atomica. Il leader diviso tra due dogmi di geopolitica che guidano da sempre il Regno Unito: con la causa democratica e con gli americani. Se i due pilastri cozzano, bisogna scegliere. Finora sir Starmer non ha voltato le spalle all’amico ucraino, pur restando legato ai cugini di Washington. Difficile che proprio oggi cambi idea

Friedrich Merz

Appena diventato cancelliere ha regalato a Trump, per giunta nella visita allo Studio ovale, un certificato di nascita degli avi del presidente. Ricordati che anche tu sei un migrante, sembrava volergli dire. E quando quello ha replicato “il D-Day, che brutto giorno per voi tedeschi”, non si è perso d’animo: in realtà ci avete liberato dal nazismo, gli ha risposto, non vorrete dimenticarvi ora dell’Ucraina? Ha un problema, però: teme ritorsioni sui dazi, la Germania è la più esposta (e anche sul fronte della difesa e delle basi Usa, la dipendenza si fa sentire). Interessante capire quanto vorrà metterci la faccia, stasera. A Zelensky, intanto, ha garantito missili a lungo raggio. Non è poco

Ursula von der Leyen

Valesse solo il principio della distanza da Trump, avrebbe trovato posto in cima all’elenco. Non piace infatti al Presidente Usa, che per lunghi mesi l’ha mortificata, ignorata, delegittimata. Non la riconosce perché l’ha decretata bersaglio simbolico dell’Europa unita. Lei ha pazientato, ha chiesto aiuto prima a Meloni, poi a Merz e Macron. Ha scontentato quasi tutti, nel frattempo, si è indebolita, ha gestito la partita dei dazi siglando un patto che non è piaciuto alle cancellerie europee. E infatti Trump a quel punto l’ha ricevuta, riconosciuta, congedata con sorrisi. Non sarà comunque lei a gestire la scorta presidenziale.

Giorgia Meloni

Voleva farsi ponte tra Bruxelles e Washington, non sempre ci è riuscita. È stata l’unica leader europea presente all’Inauguration Day, finora la scommessa non ha sostanzialmente pagato. Ha però sfruttato l’ultimo attimo possibile per tornare al tavolo degli europei dopo alcune esclusioni, ricevendo Macron a Roma proprio per suggellare un’alleanza emergenziale, di necessità, obbligata. Sui dazi è stata forse la più cauta del vecchio continente, per non indispettire troppo Washington. Con Trump continua a mantenere un filo. Sull’Ucraina, però, non ha pubblicamente rinnegato la causa di Kiev. Ancora l’altro ieri ha giocato di sponda con il presidente Usa, a cui ha suggerito l’idea delle garanzie di sicurezza ispirate all’articolo cinque della Nato. Allo stesso tempo, ha comunque siglato un comunicato durissimo con il partner europei. Se nello Studio ovale la situazione dovesse sfuggire di mano, si sa già cosa dirà, alzando la mano: dividendo l’Occidente saremmo tutti più deboli, per favore fermatevi. Più debole sarebbe anche lei, obbligata a restare in equilibrio tra Washington e Bruxelles. Se invece Trump dovesse aprire alle truppe europee sul terreno, quello sarebbe un problema: ha detto no, almeno finora, senza l’ombrello della Nato. Ma è chiaro che Roma non può restare fuori da quella partita

Alexander Stubb

Poco conosciuto al grande pubblico, il presidente finlandese si sta facendo spazio al tavolo dei big sostanzialmente per due ragioni: sta simpatico a Trump e guida un Paese che ha migliaia di km di confine esposti al rischio di un’invasione della Russia. Ecco perché chi l’ha preceduto alla guida della Finlandia ha deciso di aderire alla Nato pochi mesi dopo l’aggressione russa dell’Ucraina. Lui con il tycoon va talmente d’accordo da averlo ospitato negli amati golf club. È un metodo che non sempre funziona (al premier canadese, ad esempio, non è bastato organizzare un G7 sui campi verdi per evitare il sostanziale fallimento del vertice di giugno), ma che comunque vale la pena tentare. A un certo punto, l’altro ieri, gli europei hanno pensato di mandare solo lui a difendere Zelensky. Un po’ per migliorare l’umore di Trump, un po’ per tenersi lontani dai guai. Ovviamente non sarebbe bastato, visto il peso geopolitico della Finlandia, infatti l’opzione è stata archiviata. Ma hanno comunque scelto di coinvolgerlo nella missione di scorta

Mark Rutte

Di lui negli ultimi mesi è rimasto celebre soprattutto un passaggio adulatorio nei confronti di Trump: ‘’Quando paparino…’’. Il presidente Usa ha anche svelato gli sms con cui il segretario generale della Nato lo ringraziava esaltandone il pugno di ferro, utile a costringere gli europei a pagare il 5% di spese militari. Non si è conquistato le simpatie dei compagni di scorta, con queste performance. Certo, per ruolo è al fianco di Zelensky e lo sarà fino all’ultimo. Ma per vocazione non restano ormai molti dubbi: ha conquistato il presidente americano, è ormai nel cuore di Donald.

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