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Libia, le minacce dei miliziani contro la nave Mediterranea

Una delle imbarcazioni dei miliziani libici che hanno circondato Mediterranea

 

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Otto barche di miliziani accerchiano la nuova nave dell’ong italiana. “Vogliono spaventarci ma continuiamo a salvare migranti in mare”
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A BORDO DI MEDITERRANEA – Il primo gommone dei libici arriva all’alba, mentre Mediterranea viaggia a circa 35 miglia da Zawiya, rifugio e nuovo centro di comando di Almasri. Fa un lungo giro attorno alla nuova nave dell’omonima ong italiana, poi si allontana. Mezz’ora dopo ritorna. E non è solo. Si presentano in tre, poi ne arrivano altri cinque: lance, gommoni, rhib. Il radar non li vede. Significa che l’Ais – il sistema che identifica le barche in navigazione – è spento. Fantasmi, e sembrano pronti ad attaccare.

Otto lance si avvicinano a Mediterranea: a bordo uomini in mimetica e armati

Dal ponte superiore di Mediterranea si seguono le manovre con attenzione. Su quei gommoni ci sono uomini in mimetica, il volto nascosto da cappelli con visiera o passamontagna. E la maggior parte di loro sono armati.

Un miliziano imbraccia un mitragliatore, un altro sembra avere all…

A BORDO DI MEDITERRANEA – Il primo gommone dei libici arriva all’alba, mentre Mediterranea viaggia a circa 35 miglia da Zawiya, rifugio e nuovo centro di comando di Almasri. Fa un lungo giro attorno alla nuova nave dell’omonima ong italiana, poi si allontana. Mezz’ora dopo ritorna. E non è solo. Si presentano in tre, poi ne arrivano altri cinque: lance, gommoni, rhib. Il radar non li vede. Significa che l’Ais – il sistema che identifica le barche in navigazione – è spento. Fantasmi, e sembrano pronti ad attaccare.

Otto lance si avvicinano a Mediterranea: a bordo uomini in mimetica e armati

Dal ponte superiore di Mediterranea si seguono le manovre con attenzione. Su quei gommoni ci sono uomini in mimetica, il volto nascosto da cappelli con visiera o passamontagna. E la maggior parte di loro sono armati.

Un miliziano imbraccia un mitragliatore, un altro sembra avere alla cintola una pistola, a bordo si vedono armi lunghe. «Qui Mediterranea, identificatevi». Inutilmente, più e più volte, dal ponte si cerca un contatto radio. Le richieste cadono nel vuoto mentre rhib e gommoni continuano a girare minacciosamente attorno alla nave ong. La puntano, arrivano a gran velocità, sembrano cercare il contatto, poi improvvisamente virano. E sono così vicini che si sentono distintamente urla e insulti dei miliziani a bordo. Minacciano, irridono, tengono le armi bene in vista, uno di loro filma tutto. Vogliono fare paura.

«È sempre così, nell’aprile 2024 hanno anche sparato – spiega Danny Castiglione, uno dei veterani dell’ong italiana, che dal 2022 non ha mai saltato una missione – La raffica è arrivata a pochi centimetri. Abbiamo denunciato, le inchieste sono in corso, ma al rientro in porto hanno fermato noi». All’epoca, era stata la guardia costiera a fare fuoco, ieri invece non c’era nessuna insegna riconoscibile.

Una delle barche mostrava le righe rosse e blu del Gacs, una sorta di polizia di frontiera, per associazioni e agenzie umanitarie responsabile di catture in mare e naufragi, ma almeno uno dei miliziani portava sulla divisa la mostrina del Ssa, fino a qualche mese fa braccio operativo del governo attivo a terra e a mare, messo fuori legge dopo l’omicidio del suo capo, Al Kikli. Sulla carta due realtà che non dovrebbero avere nulla a che fare.

Ma il colpo di mano del governo Dbeibeh contro le milizie che aveva trasformato nell’architrave dell’apparato di sicurezza e del “sistema di contenimento delle partenze”, chiesto e finanziato da Italia e Unione Europea, è solo in parte riuscito. E attorno a quella che per agenzie Onu e ong non è che un’industria basata sulla detenzione arbitraria di esseri umani, tuttora gravitano diverse milizie e apparati.

Un business che anche Almasri - persino adesso che è ricercato anche in Libia - non sembra aver abbandonato. Il comandante libico, che la Corte penale internazionale voleva in manette e Roma ha riportato a casa, secondo i naufraghi soccorsi e transitati in Italia negli ultimi mesi avrebbe riparato a Zawyia. Esattamente il porto verso cui hanno fatto rotta gommoni e rhib dopo due ore di minacce e un unico messaggio radio: «Andate via». Un invito che su Mediterranea nessuno vuole prendere in considerazione: «Siamo in mare per evitare che esseri umani cadano in mano da questi criminali. Se pensano di intimidirci, hanno sbagliato. E di grosso».

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