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La premier incassa le lodi di Trump e ribadisce: “Ma non invieremo soldati italiani”

epa12308422 A handout photo made available by Chigi Palace Press Office shows Italian Prime Minister Giorgia Meloni (L) and British Prime Minister Keir Starmer (C) attend a meeting with Ukrainian President Volodymyr Zelensky at the Ukrainian Embassy in Washington, DC, USA, 18 August 2025. US President Trump is meeting with European leaders and President Zelensky to discuss the conflict between Ukraine and Russia.  EPA/FILIPPO ATTILI /CHIGI PALACE PRESS OFFICE / HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES
epa12308422 A handout photo made available by Chigi Palace Press Office shows Italian Prime Minister Giorgia Meloni (L) and British Prime Minister Keir Starmer (C) attend a meeting with Ukrainian President Volodymyr Zelensky at the Ukrainian Embassy in Washington, DC, USA, 18 August 2025. US President Trump is meeting with European leaders and President Zelensky to discuss the conflict between Ukraine and Russia. EPA/FILIPPO ATTILI /CHIGI PALACE PRESS OFFICE / HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES 
Soddisfatta la presidente del Consiglio: “L’articolo 5 è una nostra idea”. E con il presidente Usa scherza: “Io non parlo con la stampa”
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WASHINGTON – Con un pizzico di sadismo, o forse solo salomonicamente per non scontentare due alleati tornati a sopportarsi a fatica, Donald Trump sceglie di far sedere al suo fianco Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron. La premier è sorridente. Lo è ancora di più quando il tycoon la presenta così, dandole la parola: «Sei una grande leader, d’ispirazione per tanti, governerai a lungo. Nonostante la giovane età — dice ai colleghi — governa da molto, altri non durano come lei». La presidente del Consiglio vede un varco e subito lo sfrutta, sostenendo le tesi che più assomigliano a quelle del Presidente americano, almeno tra i big seduti attorno al tavolo. «Siamo contenti — rivendica — che sulle garanzie di sicurezza si parta dalla proposta italiana». Il tentativo, non del tutto ortodosso nel linguaggio della diplomazia, è incassare in mondovisione l’apertura di Donald Trump — ancora generica, a dire il vero — su un meccanismo automatico di mutua difesa modellato sull’articolo cinque. A porte chiuse, poi, entra meglio nel dettaglio di questa «garanzia» che deve assicurare che quanto accaduto «non succeda mai più». Non cambia invece posizione rispetto all’altro grande nodo sul tappeto, vale a dire l’invio di truppe italiane nell’ambito di una possibile missione dei volenterosi, su cui continuano a spingere francesi e inglesi. Roma, senza un ombrello della Nato, non intende schierare truppe sul terreno.


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È la posizione della premier. Quella che chiediamo di dettagliare al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari, che accompagna la leader qui a Washington. «La nostra proposta su un meccanismo simile all’articolo cinque — sostiene nella hall dell’hotel St. Regis — è quella che sta prendendo piede. Altro è l’ipotesi di un gruppo di Paesi che volontariamente decide l’invio di truppe. È una opzione legittima e non ci opponiamo. Ma l’Italia non intende partecipare». Altro discorso sarebbe se tutto avvenisse sotto l’ombrello dell’Onu? «Certo, ma allo stato questa proposta non c’è. E neanche se ne discute». Resta un dubbio, che sempre Fazzolari chiarisce: come potrebbe prendere forma questa garanzia di sicurezza per Kiev? E soprattutto, perché la Russia dovrebbe accettare una sorta di “seconda Nato” ai suoi confini? «Si tratterebbe di un trattato internazionale tra Paesi che volontariamente aderiscono — risponde — A differenza dell’Alleanza atlantica, non avrebbe però esercitazioni congiunte o truppe sul terreno a ridosso dei confini. Insomma, si tratterebbe di un impegno vincolante, non di una vera e propria organizzazione, come è la Nato. Questo renderebbe la cosa più accettabile per Putin». Ecco dunque perché Meloni continua a frenare sull’opzione dei volenterosi a cui lavorano Parigi e Londra: le truppe sul terreno, dal punto di vista di Roma, potrebbero non essere accettate da Mosca, complicando il patto sulle garanzie di sicurezza.

Al mattino, prima di raggiungere i colleghi europei per una riunione che anticipa il vertice alla Casa Bianca, Meloni si mostra assai cauta. Nessuno sa come finirà tra Trump e Zelensky, né che piega prenderà il vertice. Con i cronisti risponde solo a una domanda del Tg1, sostenendo: «Non ci sono soluzioni facili, io penso che dobbiamo esplorare tutte le soluzioni possibili per garantire pace e sicurezza. Dopo tre anni e mezzo in cui la Russia non dava alcun segnale di dialogo e pretendeva la capitolazione di Kiev, finalmente si aprono degli spiragli di dialogo». Rivendica di aver mantenuto fermo il sostegno a Kiev, rimarca il «sostegno unito che l’Occidente ha garantito in questi anni alla nazione aggredita». «Unità che — aggiunge — è l’unico strumento per costruire pace e garantire giustizia».

Alla Casa Bianca, però, il volto della presidente del Consiglio si distende. Trump fa esporre gli europei ancora prima di riunirli a porte chiuse, il rischio di incidenti sembra ridursi. Meloni, di conseguenza, non deve schierarsi tra Washington e Bruxelles. L’umore migliora a tal punto, riferisce l’Ap, che la premier si china verso il Presidente Usa quando lo sente lodare (in modo del tutto inedito) il lavoro dei cronisti: «Io non voglio mai parlare con la stampa...».

Il prossimo passo sarà quello di esplorare fino all’ultimo una possibilità che sembra comunque complessa: ospitare a Roma il trilaterale tra Trump, Putin e Zelensky. Il tycoon è favorevole, lo è anche Marco Rubio. Lo Zar, al momento, non sembra della stessa idea.

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