Diane Foley: “Odiare fa male: l’ho detto all’uomo dell’Isis che tagliò la testa a mio figlio”
dal nostro inviato Francesco BeiRimini – Nell’ottobre del 2021 Diane Foley, madre di James W. Foley, il giornalista americano rapito in Siria nel 2012 e poi decapitato dall’Isis il 19 agosto 2014 in un video agghiacciante diffuso in tutto il mondo, accetta di incontrare Alexanda Kotey, uno degli assassini dichiarati di suo figlio. Al Meeting per presentare il libro nato da quegli incontri, scritto insieme a Colum McCann (Una madre, Feltrinelli) la signora Foley è impegnata oggi a sostenere le famiglie degli ostaggi con la fondazione intitolata a James.
Cosa l’ha spinta a incontrare l’assassino di suo figlio?
«Sapevo che Jim avrebbe voluto che lo incontrassi, avrebbe voluto sapere perché. Perché si era radicalizzato, visto che la sua famiglia era stata accolta come rifugiata in Gran Bretagna? Sua madre era cristiana ortodossa, quindi era ancora più strano, si era convertito all’Islam. E poi, come madre, volevo che lui sapesse davvero chi era Jim».
Per lui era solo un infedele?
«Sono sicura che per lui Jim non era…
Rimini – Nell’ottobre del 2021 Diane Foley, madre di James W. Foley, il giornalista americano rapito in Siria nel 2012 e poi decapitato dall’Isis il 19 agosto 2014 in un video agghiacciante diffuso in tutto il mondo, accetta di incontrare Alexanda Kotey, uno degli assassini dichiarati di suo figlio. Al Meeting per presentare il libro nato da quegli incontri, scritto insieme a Colum McCann (Una madre, Feltrinelli) la signora Foley è impegnata oggi a sostenere le famiglie degli ostaggi con la fondazione intitolata a James.
Cosa l’ha spinta a incontrare l’assassino di suo figlio?
«Sapevo che Jim avrebbe voluto che lo incontrassi, avrebbe voluto sapere perché. Perché si era radicalizzato, visto che la sua famiglia era stata accolta come rifugiata in Gran Bretagna? Sua madre era cristiana ortodossa, quindi era ancora più strano, si era convertito all’Islam. E poi, come madre, volevo che lui sapesse davvero chi era Jim».
Per lui era solo un infedele?
«Sono sicura che per lui Jim non era niente, non era nemmeno una persona. Io invece lo volevo umanizzare ai suoi occhi».
Come si è preparata per il primo incontro in carcere?
«All’inizio, nonostante la contrarietà di tutta la mia famiglia, io accettai subito la proposta di incontrarlo. Ma man mano che si avvicinava il giorno, diventavo però più nervosa. Per essere onesta, pregai molto».
Cosa chiedeva a Dio?
«Io credo in un Dio misericordioso, e pregavo per avere una grazia, perché riuscissi anche io a essere misericordiosa e a vederlo come una persona».
E non come un assassino?
«Esatto. Sa, io ho un altro figlio che ha circa la sua età, Jim era il maggiore di cinque figli. Volevo che lui ascoltasse la storia di Jim, come Jim avrebbe fatto con lui. Deve sapere che Jim aveva un talento speciale per ascoltare, gli piacevano le storie degli altri. Anche con me, ogni volta che ci vedevamo magari dopo un suo soggiorno all’estero, mi inchiodava davanti a un caffè facendomi mille domande».
Durante i tre incontri che avete avuto, ha avvertito un qualche rimorso o pentimento da parte sua?
«Assolutamente sì. Specialmente durante la nostra seconda visita, dopo la quale mi scrisse ben tre lettere ribadendo molte volte il suo rimorso e dicendo quanto fosse dispiaciuto di quello che aveva fatto».
Ma di persona?
«Mi faccia pensare…Nel primo incontro no, eravamo entrambi molto nervosi. Poi pian piano si aprì. Suo padre l’aveva lasciato quando era molto piccolo, lui crebbe con sua madre. Penso che avere davanti a sé una madre più anziana l’abbia aiutato a sentirsi più libero. Mi mostrò anche delle foto dei suoi bambini, iniziò persino a piangere a un certo punto. È stato tutto molto triste».
Era triste per la sua situazione o per il male che aveva fatto?
«Quando una persona sceglie di odiare, si immerge nel male. E questo male danneggia anche se stesso. È giusto che lui sia stato condannato a vita, ma è anche molto triste».
Quando ha capito che stava per dirsi pentito?
«Alexanda ebbe un atteggiamento molto diverso dai suoi complici dell’Isis perché si dichiarò subito colpevole di tutte le accuse. Del suo team legale faceva parte anche un avvocato esperto in giustizia riparativa e poi credo che contò anche la sua fede in Dio».
Lei crede nella giustizia riparativa?
«Si molto, perché sono sempre stata contro la pena di morte. Finché siamo vivi possiamo imparare, possiamo crescere e cambiare. E spero molto che anche Alexanda alla fine trovi la pace con il suo Dio».
Pensa che il governo israeliano debba negoziare il rilascio degli ostaggi in mano ad Hamas o andare avanti con l’invasione?
«Netanyahu sta sbagliando tutto, penso che i governi abbiano sempre il dovere morale di fare tutto il possibile per riportare delle persone innocenti alle loro famiglie. Io ero sconvolta dal fatto che il nostro governo aveva lasciato Jim nelle mani dei rapitori senza tentare nemmeno una trattativa».
L’esercito israeliano ha ucciso cinque reporter palestinesi in un ospedale a Gaza. Come ha reagito alla notizia?
«Senza questi giornalisti coraggiosi al fronte finiremmo in un buco nero senza notizie. Quello che è successo è molto triste e sconvolgente, soprattutto perché si prova a gettare discredito sui morti dicendo che erano affiliati ad Hamas, quando non è affatto vero».