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La democrazia e i limiti del potere

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La sentenza dei giudici statunitensi sulla politica trumpiana dei dazi testimonia come il potere del capo del governo non sia illimitato ma sia soggetto a controlli di legittimità
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La sentenza della Corte d’appello federale statunitense, che ha dichiarato illegittimi i dazi introdotti dal presidente Trump, testimonia come, in una democrazia, il potere del capo del governo non sia illimitato ma sia soggetto a controlli di legittimità. La cultura del limite al potere, nel rispetto di regole e principi costituzionali, verificato da una magistratura indipendente, alla quale possono rivolgersi i cittadini a tutela dei propri diritti, è tanto essenziale nelle democrazie quanto assente nei sistemi autoritari. Questa cultura, nell’attuale temperie, è messa a rischio da quei governanti che mostrano di non tollerare i controlli sul loro operato, da parte di un indipendente contro-potere giudiziario, che cercano di indebolire e delegittimare. La pretesa di immunità dai controlli, vissuti come bastoni tra le ruote, è spesso retoricamente saldata al principio di maggioranza e alla volontà degli elettori. Senonché, la volontà popolare, nelle democrazie, non prescinde dalla Co…

La sentenza della Corte d’appello federale statunitense, che ha dichiarato illegittimi i dazi introdotti dal presidente Trump, testimonia come, in una democrazia, il potere del capo del governo non sia illimitato ma sia soggetto a controlli di legittimità. La cultura del limite al potere, nel rispetto di regole e principi costituzionali, verificato da una magistratura indipendente, alla quale possono rivolgersi i cittadini a tutela dei propri diritti, è tanto essenziale nelle democrazie quanto assente nei sistemi autoritari. Questa cultura, nell’attuale temperie, è messa a rischio da quei governanti che mostrano di non tollerare i controlli sul loro operato, da parte di un indipendente contro-potere giudiziario, che cercano di indebolire e delegittimare. La pretesa di immunità dai controlli, vissuti come bastoni tra le ruote, è spesso retoricamente saldata al principio di maggioranza e alla volontà degli elettori. Senonché, la volontà popolare, nelle democrazie, non prescinde dalla Costituzione, che anzi presuppone e che è criterio di legittimità, o meno, delle scelte politiche di chi governa. Esattamente questo ci ricorda la sentenza statunitense.

La Corte di Washington ha confermato una decisione di primo grado adottata su ricorso di cinque imprese commerciali e di undici stati federati, che contestavano il potere di Trump di introdurre i dazi, ritenuti pregiudizievoli. I giudici hanno ricordato come il potere di imporre i dazi sia riservato dalla Costituzione al Congresso, cioè al Parlamento, e come alcune leggi emergenziali autorizzino il presidente, in casi eccezionali, ad adottare alcune misure nel settore del commercio internazionale, ma non – questo il punto – l’imposizione di dazi, per di più generalizzata. I giudici statunitensi hanno in altri termini ritenuto che la politica trumpiana dei dazi fosse priva di una base legale, perché non autorizzata neanche in deroga dalla legge in un sistema in cui la Costituzione affida al Congresso le scelte politiche in materia di tassazione e commercio internazionale. Nessuna emergenza nazionale, reale o meno che sia, autorizza il presidente a bypassare il Congresso. Questa la sostanza della decisione, fondata su argomenti di diritto costituzionale e su interpretazioni che possono essere oggetto di critica e di revisione, anche da parte di altri giudici, senza che però sia ammissibile la delegittimazione di chi ha preso quella decisione.

La reazione di Trump ha seguito invece una pericolosa retorica, purtroppo in voga anche da noi: la decisione, a suo dire sbagliata, sarebbe stata presa da una Corte highly partisan e i dazi resteranno in piedi «with the help of the United States Supreme Court», alla quale ricorrerà. La Corte è quindi tacciata da Trump di essere partigiana, cioè non indipendente, e il presidente confida allora nella Corte Suprema, alla quale potrà fare ricorso, con l’auspicio che, essendo composta da giudici nominati dai presidenti (tre su nove da lui), e di orientamento prevalentemente conservatore, potrà decidere diversamente. Vedremo quel che accadrà e che ne sarà dei dazi. Per il momento, dalla vicenda americana possiamo trarre una lezione, valida anche nel nostro Paese: è pericoloso nei sistemi democratici indebolire la magistratura, delegittimandola e tacciandola di essere politicizzata ogni volta in cui esercita una funzione di controllo di legittimità, risultando con le proprie decisioni non in linea con i disegni e gli interessi di chi governa. Le sentenze e, prima ancora, le inchieste, possono essere criticate, così come i limiti e i difetti di cui la magistratura non è esente. Ma attenzione al rischio di privare le nostre società democratiche, che si fondano su controlli, limiti e bilanciamenti tra poteri, di un imprescindibile baluardo. È interesse di tutti. Ce lo hanno ricordato, in un sistema liberale, le cinque aziende statunitensi che, contro i dazi e i propri interessi economici, si sono rivolte ai giudici e hanno trovato una risposta di giustizia, che, per ora, ha limitato il potere dell’uomo più potente del mondo. Non è poco, e solo con una magistratura indipendente è possibile.

Università degli Studi di Milano

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