“Italianisation”. Nel lessico politico-giornalistico francese è entrato da qualche tempo questo termine e certamente non con una connotazione positiva. Un’onta per un Paese che aveva fatto della stabilità istituzionale una delle certezze della quinta repubblica. Trovarsi a fare i conti con sei premier in otto anni di presidenza Macron ha proiettato i francesi nell’incubo della prima repubblica italiana, quella in cui gli esecutivi avevano una vita media di 11 mesi (50 governi dal 1946 al 1992 e non è che dopo sia andata molto meglio).
Il vocabolario politico dell’Eliseo, oltre a “italianizzazione” si è arricchito in queste ore – dopo la caduta del premier François Bayrou – di altri vocaboli di cui noi italiani siamo espertissimi. Si ipotizza infatti la nomina di un “premier tecnico” alla Mario Monti, si valuta una maggioranza di “larghe intese” tra centristi e socialisti, fino ad arrivare alla vetta del nostro bizantinismo politico: un “incarico esplorativo” affidato a una figura supe…
“Italianisation”. Nel lessico politico-giornalistico francese è entrato da qualche tempo questo termine e certamente non con una connotazione positiva. Un’onta per un Paese che aveva fatto della stabilità istituzionale una delle certezze della quinta repubblica. Trovarsi a fare i conti con sei premier in otto anni di presidenza Macron ha proiettato i francesi nell’incubo della prima repubblica italiana, quella in cui gli esecutivi avevano una vita media di 11 mesi (50 governi dal 1946 al 1992 e non è che dopo sia andata molto meglio).
Il vocabolario politico dell’Eliseo, oltre a “italianizzazione” si è arricchito in queste ore – dopo la caduta del premier François Bayrou – di altri vocaboli di cui noi italiani siamo espertissimi. Si ipotizza infatti la nomina di un “premier tecnico” alla Mario Monti, si valuta una maggioranza di “larghe intese” tra centristi e socialisti, fino ad arrivare alla vetta del nostro bizantinismo politico: un “incarico esplorativo” affidato a una figura super partes.
Per curare questa “malattia italiana” e tagliare il peso delle estreme – la destra putiniana di Le Pen e la sinistra populista di Melenchon – anche la medicina di cui si sta discutendo potrebbe essere presa dalla farmacopea del Belpaese. Si parla infatti di una riforma elettorale proporzionale per spingere le forze politiche a una convergenza al centro. Un bel paradosso visto che da decenni l’Italia sogna di importare il doppio turno alla francese esattamente con lo stesso obiettivo, ridurre il potere delle forze anti-sistema.
In questo gioco di specchi con i cugini francesi, che il filosofo franco-russo Alexandre Kojève immaginava uniti in un fantomatico “Impero Latino”, c’entra persino Giulio Andreotti. Perché Bayrou, autodistruggendosi in Parlamento in nome della coerenza programmatica, ha dimenticato la regola numero uno andreottiana, quel “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”, che poi è la summa della tanto disprezzata “italianisation”. E comunque, a dirla tutta, Bayrou non è riuscito ad abolire due festività, mentre il Divo Giulio, nel lontano 1977 ne cancellò quattro in una botta sola. Ed era pure un devoto cattolico.