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Meloni, call con gli alleati e timori per i silenzi Usa: è duello sul testo del G7

La premier Giorgia Meloni (ansa)

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La premier sente i leader di Polonia, Germania, Francia e Ucraina. Salvini difende Vannacci che preferisce Putin a Zelensky
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Roma – Si parlano. Si messaggiano. Prima nel corso di colloqui bilaterali, poi attraverso una video call di massimo livello. Tocca soprattutto a Donald Tusk aggiornare gli altri leader europei, mostrando a tutti la gravità del momento. Ci sono Giorgia Meloni, Keir Starmer, Emmanuel Macron, Olaf Scholz, Volodymyr Zelensky e il segretario generale della Nato Mark Rutte. I presenti promettono sforzi di difesa comune, perché è l’Europa ad essere minacciata e bisogna sostenere la causa di Kiev. Manca però un dettaglio: Donald Trump.

Quando in Europa sono già le 21 (le 15 negli Stati Uniti), la Casa Bianca non ha ancora inviato segnali chiari agli alleati, ad eccezione di uno: non è in agenda alcun tipo di reazione militare. E dunque, cosa fare e come replicare? È da sempre il grande timore riportato in molti dei report riservati dei partner dell’alleanza atlantica e dei rispettivi servizi di intelligence, soprattutto negli ultimi mesi: se Putin sonda gli europei con una provocazione, …

Roma – Si parlano. Si messaggiano. Prima nel corso di colloqui bilaterali, poi attraverso una video call di massimo livello. Tocca soprattutto a Donald Tusk aggiornare gli altri leader europei, mostrando a tutti la gravità del momento. Ci sono Giorgia Meloni, Keir Starmer, Emmanuel Macron, Olaf Scholz, Volodymyr Zelensky e il segretario generale della Nato Mark Rutte. I presenti promettono sforzi di difesa comune, perché è l’Europa ad essere minacciata e bisogna sostenere la causa di Kiev. Manca però un dettaglio: Donald Trump.

Quando in Europa sono già le 21 (le 15 negli Stati Uniti), la Casa Bianca non ha ancora inviato segnali chiari agli alleati, ad eccezione di uno: non è in agenda alcun tipo di reazione militare. E dunque, cosa fare e come replicare? È da sempre il grande timore riportato in molti dei report riservati dei partner dell’alleanza atlantica e dei rispettivi servizi di intelligence, soprattutto negli ultimi mesi: se Putin sonda gli europei con una provocazione, la reazione della Nato sarà ferma, credibile, compatta? È impossibile che ciò avvenga, senza Washington realmente a bordo. E poi pesano i dettagli, che peggiorano l’umore degli europei presenti. Uno su tutti: a sera, fatica ad essere completato anche il comunicato di condanna del G7. La ragione? Manca il via libera dell’amministrazione statunitense.

I big continentali attendono per ore che il presidente Usa spinga almeno sull’acceleratore delle sanzioni. Che batta un colpo. Nella video call i leader concordano su un punto: «Bisogna verificare il grado reale di coinvolgimento di Trump». Si organizzano dunque per contattarlo, appena possibile, con telefonate individuali. Dovrebbe farlo anche la premier italiana, di certo lo faranno Macron e Starmer in queste ore. Forse si ritroveranno poi insieme in una chiamata aperta solo ai membri del G7. Intendono pregarlo di muovere un passo: «Serve un segnale politico — è il messaggio che concordano di consegnare al presidente Usa — occorre una condanna netta». La prima idea è quella delle ultime settimane: sanzioni economiche più stringenti, colpi duri al sistema economico russo che solo Washington può assestare. Le lunghe ore di silenzio, però, alimentano sospetti. La speranza è che Trump si faccia sentire quando in Europa sarà notte.

Almeno il muro delle condanne verbali europee, invece, regge. E dimostra che lo spettro russo è incombente. Parla Meloni, esprimendo «solidarietà piena» alla Polonia. Promette sostegno a Varsavia e Kiev, i due terreni su cui si gioca la resistenza alla minaccia di Mosca. Nel comunicato esprime la vicinanza ai polacchi «per la grave e inaccettabile violazione dello spazio aereo e dell’Alleanza Atlantica». Ma non basta. L’agenda vuole che al mattino la leader di Fdi abbia previsto pure un incontro a Palazzo Chigi con la presidente della Moldavia Maia Sandu: è un altro Paese su cui grava il pericolo russo. La sintesi della strategia italiana, obbligata e in sintonia con quella di Bruxelles di fronte a questo livello di minaccia, è dunque questa: «L’Italia continuerà a lavorare per garantire la sicurezza europea, a partire da quella ucraina, e per il raggiungimento di una pace giusta e duratura». Poco dopo si fa sentire anche Antonio Tajani, chiedendo che il continente resti compatto: «Un fatto gravissimo e inaccettabile — dice — che è un’offesa alla sicurezza dell’intera area euro-atlantica. Ogni provocazione va respinta con fermezza e unità da parte dell’Europa».

Unità, dunque. E però Roma, almeno sul piano delle dichiarazioni pubbliche, non riesce ad assicurare la compattezza della maggioranza di governo. È Matteo Salvini a rompere il fronte. Gli chiedono delle parole dell’eurodeputato Roberto Vannacci, che poche ore prima aveva giurato di preferire Putin a Zelensky. Questa è la risposta: «È il mio vicesegretario...». Sposa dunque il concetto, fotografa la realtà. «Ognuno è libero di pensarla come vuole», aggiunge, sottolineando poi che «tutti coloro che contribuiscono alla crescita della Lega sono un valore aggiunto». «Nei fatti — conclude — noi stiamo sostenendo la difesa dell’Ucraina da anni. Sicuramente, a differenza di altri, non vogliamo entrare in guerra contro la Russia».

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