Roma – Due sigle. Apparentemente anonime, ma che significano molto. Alfa plus, ovvero: l’attuale livello di allerta delle forze armate italiane. Corrisponde al grado di “prontezza” delle basi, della difesa aerea e antiaerea, delle navi e dell’intero assetto di sicurezza del Paese. È il quarto livello della scala. Dopo l’attacco dei droni russi alla Polonia, però, questo “termometro” potrebbe salire, scalando almeno un gradino fino al livello Bravo (più su ancora ci sono i livelli Charlie e Delta, il più grave). Il governo, insomma, potrebbe decidere nell’immediato futuro di intensificare le misure di sicurezza attorno alle basi, la velocità di reazione in caso di attacchi (dei droni, ma anche di altra natura), il numero di mezzi e uomini mobilitati per fronteggiare un eventuale atto ostile. Di questa possibile svolta non si trova alcuna conferma ufficiale al ministero della Difesa, al momento: ma in altri ambienti dell’esecutivo e ai vertici delle forze armate questo scatto viene cons…
Roma – Due sigle. Apparentemente anonime, ma che significano molto. Alfa plus, ovvero: l’attuale livello di allerta delle forze armate italiane. Corrisponde al grado di “prontezza” delle basi, della difesa aerea e antiaerea, delle navi e dell’intero assetto di sicurezza del Paese. È il quarto livello della scala. Dopo l’attacco dei droni russi alla Polonia, però, questo “termometro” potrebbe salire, scalando almeno un gradino fino al livello Bravo (più su ancora ci sono i livelli Charlie e Delta, il più grave). Il governo, insomma, potrebbe decidere nell’immediato futuro di intensificare le misure di sicurezza attorno alle basi, la velocità di reazione in caso di attacchi (dei droni, ma anche di altra natura), il numero di mezzi e uomini mobilitati per fronteggiare un eventuale atto ostile. Di questa possibile svolta non si trova alcuna conferma ufficiale al ministero della Difesa, al momento: ma in altri ambienti dell’esecutivo e ai vertici delle forze armate questo scatto viene considerato probabile.
Di certo, la preoccupazione è in aumento a tutti i livelli: politico, militare e di intelligence. Ieri pomeriggio, a Palazzo Chigi, si sono svolte una serie di riunioni riservate che hanno coinvolto a più riprese Giorgia Meloni (a sua volta in contatto con Guido Crosetto, a Londra per una riunione del formato E5), il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e i vertici dei servizi con il direttore del Dis Vittorio Rizzi. Un incontro utile a raccogliere elementi per comprendere quanto accaduto nello spazio aereo polacco, ma soprattutto — riferiscono — a valutare le potenziali minacce al Paese: di sicurezza, ma anche economiche. Perché un innalzamento della tensione tra Mosca, l’Europa e Washington potrebbe costringere i partner atlantici a innalzare le sanzioni contro la Russia, con prevedibili e pesantissime ricadute sul sistema Paese.
Nel corso della riunione di Palazzo Chigi si ragiona ovviamente anche dei pericoli sul fronte della sicurezza interna, a partire dal rischio di una guerra ibrida ai danni dell’Italia. È proprio Crosetto ad aver avvertito da tempo dell’incombente e variegata minaccia russa: non si tratta solo della possibilità — al momento considerata assai remota — di un drone scagliato nello spazio aereo italiano (si tratterebbe di un evidente atto di guerra, perché l’Italia si trova migliaia di km più a ovest del confine est dell’Unione e nessuno potrebbe considerarlo un errore, frutto di uno sconfinamento casuale). La paura è che Mosca conduca nuovi atti ostili di diversa natura, ad esempio sul fronte della cyber-sicurezza. Negli ultimi mesi, questo tipo di minaccia è cresciuta, con incidenti in diversi Paesi continentali. Ecco perché proprio ieri il ministro della Difesa ha ricordato che l’Italia sta affrontando la minaccia di un conflitto ibrido: «La Russia è in guerra anche con noi» su questo terreno, ha assicurato. Un conflitto dichiarato, a cui Roma sta reagendo con un impegno crescente contro «gli attacchi hacker» e contro campagne di fake news che mirano a indebolire i sistemi democratici. Si tratta, ha concluso, di tentativi di destabilizzare «le nostre democrazie» non diversi da quelli militari contro l’Ucraina.