ROMA – L’azzardo di Matteo Salvini non riesce. Dal vertice del centrodestra a Palazzo Chigi non arriva la fumata bianca sulle regionali, nonostante i pronostici del capo leghista. E pure sull’autonomia differenziata, di cui si discute a lungo, i partiti di governo si dividono, con il Carroccio in pressing per varare le pre-intese (in particolare quella con il Veneto) e gli alleati, FdI e FI, che si ritrovano a frenare. Della serie: ogni cosa a tempo debito. I leader della maggioranza si incrociano alle tre e mezza: nello studio di Giorgia Meloni arrivano alla spicciolata Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. Si uniscono il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e quello degli Affari regionali, Roberto Calderoli.
Il leghista dalla mattina…
ROMA – L’azzardo di Matteo Salvini non riesce. Dal vertice del centrodestra a Palazzo Chigi non arriva la fumata bianca sulle regionali, nonostante i pronostici del capo leghista. E pure sull’autonomia differenziata, di cui si discute a lungo, i partiti di governo si dividono, con il Carroccio in pressing per varare le pre-intese (in particolare quella con il Veneto) e gli alleati, FdI e FI, che si ritrovano a frenare. Della serie: ogni cosa a tempo debito. I leader della maggioranza si incrociano alle tre e mezza: nello studio di Giorgia Meloni arrivano alla spicciolata Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi. Si uniscono il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, e quello degli Affari regionali, Roberto Calderoli.
Il leghista dalla mattina manda segnali di insofferenza. Da settimane chiede agli alleati di accelerare. Lo ripete da Benevento all’ora di pranzo, a margine di un cantiere, prima di mettersi in macchina verso Roma: «È il 10 settembre, l’importante è scegliere in fretta». I nomi arriveranno in giornata? «Lo spero», risponde Salvini. «La Lega è pronta da tempo, non abbiamo preteso nessun candidato, ma bisogna essere tutti d’accordo, non posso essere d’accordo solo io». Le dichiarazioni del leghista scompaginano i piani di Meloni, che aveva voluto inquadrare la riunione di Chigi come un vertice solo sull’autonomia. Invece no, le parole del vicepremier del Carroccio confermano che si sarebbe dovuto discutere anche di elezioni. Il titolare del Mit pone il tema nella riunione. Ma la premier, alle prese con i droni russi in Polonia, è gelida: «Non è il momento, serve qualche altro giorno». Tajani è d’accordo. Lupi conferma: «Dovremo rivederci».
Uno schema di massima c’è: il Veneto alla Lega (con Alberto Stefani in pole), la Puglia a FI (con Mauro D’Attis), la Campania a FdI. Ma qui il nome è ancora un rovello: la partita è in salita e Meloni non ha deciso come giocarla. Schierare un big come il viceministro Edmondo Cirielli, il più forte nei sondaggi, esporrebbe il governo. I civici testati, da Giosy Romano al rettore Matteo Lorito, rischierebbero una sconfitta più pesante. C’è chi ipotizza allora il sottosegretario Antonio Iannone. Quanto al Veneto, i fedelissimi di Salvini sono convinti di avere tolto di mezzo l’ultimo ostacolo posto dagli alleati, contrari a una lista Zaia: quel simbolo non ci sarà. Ma ne resta un altro: FdI chiede la Lombardia. «Ma anche lì vogliamo un nostro candidato», insiste il capogruppo salviniano alla Camera, Riccardo Molinari.
Di regionali si discute più volte, a Chigi. Prima dei leader, affrontano il tema Francesco Lollobrigida, Giovanni Donzelli e il leghista Edoardo Rixi. Si parla soprattutto di Marche: cercasi fondi per annunciare l’alta velocità, in vista del comizio dei leader il 17 ad Ancona.
L’altra spina è l’autonomia. Sia Salvini che Calderoli chiedono di varare alla svelta le pre-intese sulle materie non-Lep (dalla protezione civile alla previdenza integrativa) con le quattro regioni che ne hanno fatto richiesta: Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria. Soprattutto per il Veneto. Anche in vista di Pontida, in programma il 21 settembre. Ma anche qui, Tajani e Meloni schiacciano sul freno. Prima va chiusa la questione dei Lep. Per dirla con un colonnello di via della Scrofa, «per costruire una casa non si parte dal tetto». Il Carroccio però non mollerà la presa facilmente. La battaglia identitaria può servire a Salvini anche a sedare i mal di pancia interni su Roberto Vannacci: ieri in polemica con il generale si è dimesso il direttivo del partito a Viareggio. Anche di questo si discuterà nel “federale” convocato per martedì. Il messaggio del vicepremier ai colonnelli inquieti è chiaro: basta polemiche in campagna elettorale.