Un testo che si allontana sempre di più dalla sentenza della Corte Costituzionale sul suicidio assistito e apre una frattura totale tra maggioranza e opposizione. I sette nuovi emendamenti depositati ieri dai relatori del disegno di legge sul fine vita in discussione al Senato, Pierantonio Zanettin di Forza Italia e Ignazio Zullo di Fratelli d’Italia, impongono paletti sempre più restrittivi al diritto, riconosciuto dalla Consulta del 2019 sul caso di Dj Fabo, di poter ottenere in Italia la morte assistita con il supporto del Sistema sanitario nazionale. Anzi, negano di fatto che mettere fine alle proprie sofferenze, possa essere un diritto costituzionalmente riconosciuto. Tra i sette emendamenti infatti si afferma che «in nessun caso la legge riconosce alla persona il diritto a ottenere aiuto a morire». Vietando quindi il ricorso all’utilizzo «di strumentazioni e farmaci, di cui dispone, a qualsiasi titolo il servizio sanitario nazionale, per agevolare l’esecuzione del proposito suic…
Un testo che si allontana sempre di più dalla sentenza della Corte Costituzionale sul suicidio assistito e apre una frattura totale tra maggioranza e opposizione. I sette nuovi emendamenti depositati ieri dai relatori del disegno di legge sul fine vita in discussione al Senato, Pierantonio Zanettin di Forza Italia e Ignazio Zullo di Fratelli d’Italia, impongono paletti sempre più restrittivi al diritto, riconosciuto dalla Consulta del 2019 sul caso di Dj Fabo, di poter ottenere in Italia la morte assistita con il supporto del Sistema sanitario nazionale. Anzi, negano di fatto che mettere fine alle proprie sofferenze, possa essere un diritto costituzionalmente riconosciuto. Tra i sette emendamenti infatti si afferma che «in nessun caso la legge riconosce alla persona il diritto a ottenere aiuto a morire». Vietando quindi il ricorso all’utilizzo «di strumentazioni e farmaci, di cui dispone, a qualsiasi titolo il servizio sanitario nazionale, per agevolare l’esecuzione del proposito suicidario».
Chi chiederà dunque di mettere fine alle proprie sofferenze, una volta ottenuto il via libera previsto dalle nuova regole, dovrà poi trovare con le proprie forze e a proprie spese, sia un medico che lo aiuti a morire, sia il farmaco che gli ausili per poter effettuare, autonomamente, il suicidio. Di fatto, una privatizzazione della morte che apre scenari inquietanti, fuori da quelle regole invece rigorose e universali che la Consulta aveva stabilito, proprio inserendo il Servizio sanitario nazionale nell’iter del suicidio assistito. Per evitare ogni tipo di abuso e opacità. Se il testo fosse approvato con questi emendamenti - ma naturalmente le opposizioni faranno barriera - casi come quello di Laura Santi, affetta da una gravissima forma di sclerosi multipla e morta nella sua casa in Umbria nel luglio scorso con il sostegno della sanità pubblica, diventerebbero fuori legge. I relatori hanno poi depositato un emendamento che elimina dal testo la criticatissima istituzione, ex novo, di un Comitato etico nazionale di nomina governativa, che avrebbe dovuto accettare o respingere alla fine del percorso di valutazione medica, le richieste di aiuto al suicidio. Un tentativo, forse, di creare un ponte verso l’opposizione, ma in realtà un modo per rendere ancor più difficoltoso il percorso di valutazione delle condizioni dei malati. Nella nuova versione la valutazione dei requisiti sulle richieste di fine vita spetterà al Centro di coordinamento nazionale, dopo il parere dei comitati etici locali. Tutti organismi già esistenti, ma di contro, con la doppia valutazione, si allungheranno a dismisura i tempi di risposta ai malati.
Durissima la reazione delle opposizioni: «Si stringono i requisiti rispetto alle indicazioni della Consulta. Le speranze di un percorso condiviso per una buona legge sono al momento decisamente ridotte», afferma il senatore Dem Alfredo Bazoli. Ilaria Cucchi è ancora più netta: «La destra non vuole in nessun modo che l’Italia si doti di una legge sul fine vita».