Indagine sul tax credit ai film, al vaglio anche l’ex società dell’ad di Cinecittà Cacciamani
di Andrea Ossino , Giovanna VitaleManuela Cacciamani
(ansa)Cinque indagini, cinque fascicoli aperti negli uffici della procura di Roma. Tutti con lo stesso obiettivo: capire come sono stati spesi i 700 milioni che lo Stato destina ogni anno al cinema italiano.
Il fronte più corposo riguarda i finanziamenti alle grandi produzioni nazionali e internazionali. Quello più recente, e anche il più delicato, ha un nome che pesa: Cinecittà.
Al centro ci sono le attività dell’amministratrice delegata Manuela Cacciamani, nominata dal centrodestra — si dice — su precisa indicazione di Arianna Meloni. La manager, non indagata, è finita sotto la lente dei pm non solo per il suo ruolo al vertice degli Studios, ma anche per il lavoro precedente alla guida della società di produzione One More Picture srl. Il 5 agosto la Guardia di finanza ha bussato al ministero della Cultura chiedendo carte, bilanci, rendiconti. Documenti che i magistrati considerano fondamentali per ricostruire la catena degli incentivi e dei contributi pubblici elargiti, e a che titolo, …
Cinque indagini, cinque fascicoli aperti negli uffici della procura di Roma. Tutti con lo stesso obiettivo: capire come sono stati spesi i 700 milioni che lo Stato destina ogni anno al cinema italiano.
Il fronte più corposo riguarda i finanziamenti alle grandi produzioni nazionali e internazionali. Quello più recente, e anche il più delicato, ha un nome che pesa: Cinecittà.
Al centro ci sono le attività dell’amministratrice delegata Manuela Cacciamani, nominata dal centrodestra — si dice — su precisa indicazione di Arianna Meloni. La manager, non indagata, è finita sotto la lente dei pm non solo per il suo ruolo al vertice degli Studios, ma anche per il lavoro precedente alla guida della società di produzione One More Picture srl. Il 5 agosto la Guardia di finanza ha bussato al ministero della Cultura chiedendo carte, bilanci, rendiconti. Documenti che i magistrati considerano fondamentali per ricostruire la catena degli incentivi e dei contributi pubblici elargiti, e a che titolo, a una serie di beneficiari dal 2019 a oggi.
L’elenco è lungo e significativo. Dentro, ci sono le aziende riconducibili a Cacciamani, c’è Cinecittà (durante la sua gestione, ma pure quella precedente) e volti noti come il regista di riferimento della One more Picture, Giulio Base, e sua moglie Tiziana Rocca, titolare della società Agnus Dei.
Il procedimento nasce da un esposto del senatore 5S Gaetano Amato. E riguarda anche i cosiddetti “progetti speciali”: un fiume di denaro che il Mic fa gestire a Cinecittà per i festival minori. Come il Filming Italy, organizzato in Sardegna proprio da Tiziana Rocca. Dal 2019 al 2024 i contributi versati alla società della signora Base sono decuplicati: da 50mila euro a quasi mezzo milione. Soldi pubblici per eventi mondani, salotti e film mai visti, secondo il parlamentare grillino che cita La verità di Giuda, regia del marito: un milione di costo, 4mila euro di incasso.
E non finisce qui. In totale i fascicoli sono cinque, ma sulla scrivania della direzione Cinema sono già passate 185 opere prodotte tra il 2020 e il ‘24: 347 milioni di spesa. Centoventidue titoli sono stati girati alla Guardia di finanza. L’ammontare dei contributi sospetti è di circa 200 milioni. Oltre che su Cinecittà e sui film — tra cui otto pellicole blasonate, da Il sol dell’avvenire di Nanni Moretti a Siccità di Paolo Virzì, da Finalmente l’alba di Saverio Costanzo ai kolossal Fast & Furious 10 e The Equalizer 3 — i pm hanno acceso un faro su Andrea Iervolino, produttore italo-canadese che due mesi fa sedeva in Vaticano tra il Papa e Al Pacino. Avrebbe ottenuto agevolazioni per 100 milioni gonfiando i costi di produzione: «Un meccanismo reso possibile da legali e amministratori», scrivono gli investigatori. Lui parla di vendetta personale di una ex socia.
E poi c’è l’ultima pista, la più inquietante. Nasce dall’indagine sul duplice delitto di Villa Doria Pamphili. Tra le carte è spuntata la sceneggiatura di Charlie Francis Kaufman, accusato di aver ucciso la compagna e la figlia di 11 mesi. Per il suo progetto, Stelle della notte, il ministero della Cultura nel 2020 aveva stanziato 800mila euro. Un lungometraggio mai realizzato. Dove sono finiti i soldi? È la domanda che guida oggi i pm. E apre già il prossimo capitolo: l’internazionalizzazione. Anche lì, un mare di soldi. Destinati quasi sempre agli stessi nomi.
Set principale: Cinecittà, dove ormai si gira di tutto, tranne i film. Protagonista indiscussa: Manuela Cacciamani, classe ’76, l’ex ragazza che da stagista a Hollywood torna a Roma per salvare gli Studios, dove il padre faceva il custode. Una storia da favola. Peccato che il copione, più che da Oscar, sembri scritto da un curatore fallimentare. Appena nominata, nell’estate dell’anno scorso, la manager ordina una due diligence sui conti: affidata alla PriceWaterhouseCoopers, rivela che i bilanci 2022-23, certificati dalla rivale Ernst&Young, erano “non corretti”: tradotto, utili fasulli trasformati in perdite vere. Otto milioni spariti come una comparsa non pagata. Ora uno si aspetta che una prova così schiacciante finisca dritta in procura per inchiodare il predecessore. E invece, nulla: su responsabilità e presunti magheggi cala il sipario.
Il 2024 non va meglio: si chiude a meno 11,6 milioni. Il patrimonio netto resiste a 4,2 milioni, che è come dire: abbiamo ancora i soldi per pagare la corrente, non per accendere i riflettori. Ma l’ad non si scoraggia. In sei mesi taglia 5 milioni di costi. Come? Licenziando dirigenti, ma solo quelli arruolati dal centrosinistra, e cambiando le chiavi alle stanze dei bottoni. La chiamano “razionalizzazione”, è soltanto spoil system. Rivendicato dal ministro della Cultura: «Abbiamo cacciato l’Urss da Cinecittà», urla Alessandro Giuli dal palco romano di FdI.
Il Pd protesta: «Cacciamani epura, Fratelli d’Italia occupa!». Lei sorride e discetta di piani quinquennali, capitale umano e virtual production. Come se Via Tuscolana fosse la nuova Los Angeles, mentre le casse raccontano altro: studi vuoti e produzioni annunciate che però nessuno ha visto, a parte Mel Gibson spacciato come il nuovo Messia della (ex) fabbrica dei sogni. Al cui vertice Manuela arriva più per meriti parentali che speciali.
La sorella Maria Grazia, candidata nel 2018 col partito di Meloni, lavora da anni con il governatore del Lazio Francesco Rocca. Le società di famiglia, One More e Direct2Brain, incassano da sempre bandi e fondi pubblici: dal Mimit, dal Mic, dal Maxxi, ovviamente dalla Regione Lazio. E lavorano in partnership con la Rai: insieme hanno prodotto Albatross, l’ultima pellicola di Base su una delle icone più amate dall’estrema destra. Accusata di conflitto di interessi, l’ad fa spallucce e promette miracoli: raddoppiare i ricavi a 52 milioni in quattro anni, riportare Cinecittà in utile, costruire nuovi teatri di posa. Il trailer di un film di fantascienza che per le Meloni sister è ormai diventato un horror.