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Patto Conte-Franceschini: “Un candidato di centro non garantisce la vittoria”

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Applausi alla festa dell’Unità per il leader dei 5 stelle: “Qui mi sento a casa, faremo in accordo le nostre scelte future”
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Non salivano sullo stesso palco dalla caduta del governo giallorosso: allora per impegni istituzionali, stavolta per la festa nazionale dell’Unità, di cui Giuseppe Conte è ormai un habitué, inseguito da tutti i segretari del Pd come alleato necessario ancorché riluttante, ma molto meno di un tempo, i grillini non esistono più, «la nostra collocazione è nell’area progressista» giura fedeltà l’ex premier fra gli applausi. Accanto ha Dario Franceschini, irriducibile tessitore dell’alleanza con il M5S, il primo a crederci, l’ultimo ad arrendersi: «Quando mi dicono “siete diversi, come farete a governare insieme?” io rispondo in modo molto semplice: lo abbiamo già fatto». Come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Sbarcati a Reggio Emilia per testimoniare che un’alternativa a Giorgia Meloni è possibile, vincere le elezioni e tornare al governo pure, il duetto è un Amarcord declinato al futuro. E che futuro: «Con-te, Con-te, Con-te», scandisce la platea quando il capo 5stelle si appalesa…

Non salivano sullo stesso palco dalla caduta del governo giallorosso: allora per impegni istituzionali, stavolta per la festa nazionale dell’Unità, di cui Giuseppe Conte è ormai un habitué, inseguito da tutti i segretari del Pd come alleato necessario ancorché riluttante, ma molto meno di un tempo, i grillini non esistono più, «la nostra collocazione è nell’area progressista» giura fedeltà l’ex premier fra gli applausi. Accanto ha Dario Franceschini, irriducibile tessitore dell’alleanza con il M5S, il primo a crederci, l’ultimo ad arrendersi: «Quando mi dicono “siete diversi, come farete a governare insieme?” io rispondo in modo molto semplice: lo abbiamo già fatto». Come se fosse la cosa più naturale del mondo.

Sbarcati a Reggio Emilia per testimoniare che un’alternativa a Giorgia Meloni è possibile, vincere le elezioni e tornare al governo pure, il duetto è un Amarcord declinato al futuro. E che futuro: «Con-te, Con-te, Con-te», scandisce la platea quando il capo 5stelle si appalesa, tutti in piedi a urlare il suo nome. «Presidente, si sente a casa?», provoca la cronista. «Beh, guardi che accoglienza», la replica compiaciuta.

A Roma la segretaria dem è stata appena fischiata alla festa del Fatto, qui invece il popolo democratico è in visibilio. E lui non lo delude, anzi. Si concede all’abbraccio e si fa incoronare, magari non (ancora) candidato premier, che anche Schlein aspira, ma «nel momento in cui lavori a un progetto serio poi devi trovare il candidato migliore» argomenta Conte. «E noi lo troveremo. Non sarà questo un problema per quanto riguarda il M5S e per quanto riguarda il sottoscritto», garantisce. «A noi interessa il programma, l’interprete viene dopo». Un modo per sgombrare il campo da sospetti ed equivoci: è la prima volta che accade.

Un segnale. Che Franceschini coglie al volo e amplifica, sminatore indefesso della strada per palazzo Chigi: «Per 30 anni destra e sinistra hanno pensato che servissero personalità di centro per vincere le elezioni, in realtà il mondo è cambiato», spiega l’ex ministro della Cultura: «Non si vincono più le elezioni togliendo voti all’avversario, si vincono convincendo i propri elettori ad andare a votare, facendoli uscire dall’astensionismo». Ergo: «Più che candidato di centro serve una personalità forte, alternativa alla destra, è la direzione verso cui dovremmo andare». Con buona pace dei federatori, potenziali o auto-proclamati.

Di moderato, semmai, ci vorrebbe una gamba, la quarta della coalizione: «Avs e 5S e Pd insieme sono vicini al 40%. Se, anziché la frammentazione che c’è adesso, al centro nascesse una forza che sta stabilmente all’interno di questa alleanza, sarebbe molto utile per battere la destra», insiste Franceschini, mentre al solo evocarlo il nome di Calenda viene fischiato. E poiché la maggioranza sta pensando di cambiare la legge elettorale proprio per far accapigliare i leader del campo largo, «noi dobbiamo farci trovare pronti, ci adegueremo», assicura l’ex segretario dem.

Certo, il processo di aggregazione non è ancora concluso. Ma “uniti nelle differenze” è la sintesi su cui concordano entrambi. «Noi non possiamo rinunciare alla nostra autonomia e diversità», precisa Conte: «Il Movimento ha contribuito a un panorama politico in cui i partiti tradizionali si erano adagiati in casta. Siamo stati uno stimolo critico, lo siamo tutt’oggi e lo saremo finché esisteremo». Ma Franceschini, dc in purezza, sceglie solo il lato positivo della rivendicazione: «Conte ha gestito un percorso difficile, portando il M5S nel centrosinistra e all’idea di allearsi. È costato pazienza, tenacia, anche qualche dolore». Il popolo Pd esulta. L’alleanza è fatta. Il giro nelle cucine della festa, il suggello.

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