ROMA – In parte, è un via libera condizionato. Sulla giustizia civile e l'enorme carico ancora da smaltire, "faremo la nostra parte, per alto senso di responsabilità istituzionale, tollerando gli strumenti straordinari" messi in campo, che restano "a rischio di incostituzionalità", avverte l'Associazione nazionale magistrati guidata da Cesare Parodi. Ma nel documento sul Dl giustizia, appena approvato a maggioranza dal comitato direttivo dell'Anm, pesa molto di più l'alert nei confronti della corsa organizzata in extremis, con regole e percorsi ad hoc per accelerazioni e numeri da abbattere. Badate - è il messaggio dei giudici - che tali forzature sul modo di chiudere i processi "non potranno diventare modello e in un alcun caso travalicare il termine del 30 giugno 2026".
E' bufera sul decreto giustizia, il 117, varato dalla destra in pieno agosto per le preoccupazioni che aleggiavano sulle massime istituzioni per il paventato fallimento degli obiettivi Pnrr. Dopo le dettagliate criti…
ROMA – In parte, è un via libera condizionato. Sulla giustizia civile e l'enorme carico ancora da smaltire, "faremo la nostra parte, per alto senso di responsabilità istituzionale, tollerando gli strumenti straordinari" messi in campo, che restano "a rischio di incostituzionalità", avverte l'Associazione nazionale magistrati guidata da Cesare Parodi. Ma nel documento sul Dl giustizia, appena approvato a maggioranza dal comitato direttivo dell'Anm, pesa molto di più l'alert nei confronti della corsa organizzata in extremis, con regole e percorsi ad hoc per accelerazioni e numeri da abbattere. Badate - è il messaggio dei giudici - che tali forzature sul modo di chiudere i processi "non potranno diventare modello e in un alcun caso travalicare il termine del 30 giugno 2026".
E' bufera sul decreto giustizia, il 117, varato dalla destra in pieno agosto per le preoccupazioni che aleggiavano sulle massime istituzioni per il paventato fallimento degli obiettivi Pnrr. Dopo le dettagliate critiche dei vertici dell'Unione Camere civili, di un mese fa, ora è il sindacato delle toghe a farsi sentire: non solo per stigmatizzare le misure adottate, quanto per rilanciare con le sue richieste concrete, "soluzioni strutturali e coraggiose che si attendono da anni", le uniche in grado di far funzionare la caotica macchina del civile.
E quindi: dove sono i 1800 magistrati che mancano, "ormai il 17 per cento della pianta organica", ma le carenze salgono al "40 per cento" se sí considerano tutte le figure. Dov'è la stabilizzazione degli 8mila addetti dell'Ufficio per il processo, che l'esecutivo già ha annunciato di non poter trattenere. E dove sono quegli "strumenti deflattivi", cioè norme di pubblica amministrazione in grado di evitare in un sol colpo migliaia di procedimenti, "specie in materia di riconoscimento della cittadinanza e della protezione internazionale o speciale", visto che l'"aumento delle iscrizioni civili è stato del +12% dal 2019 al 2024.".
Per capire cosa rischia il Paese sui ritardi nel cosiddetto Disposition Time pattuito con l'Europa - cioè la durata del procedimento – bisogna tornare ai dati. Ci sono ancora montagne di sentenze da scalare, oltre un milione di pronunce da adottare in poco più di 9 mesi: in pratica manca ancora il 20 per cento di "abbattimento" dei tempi, rispetto al 40 messo nero su bianco negli impegni Pnrr. Un processo civile che nel nostro Paese è lungo ancora 1900 giorni, quasi 5 anni e un mese: lontano dalla durata "europea" imposta dalle scadenze del Piano di ripresa, ovvero 1500 giorni. Di fatto, siamo a più del doppio di quanto si impiega in Spagna o in Francia, il triplo del tempo richiesto in Germania (dove, però, i gradi di giudizio non sono tre, ma solo due).
Così il decreto legge varato dal governo Meloni in tutta fretta, il numero 117 entrato in vigore il 9 agosto scorso, prepara il mini contingente da fase emergenziale, per non dover restituire qualche manciata di miliardi all'Europa: il provvedimento coinvolge magistrati in servizio (da incentivare) e giudici onorari, toghe del Massimario della Cassazione ma anche giovani tirocinanti appena formati. Soprattutto: si attribuiscono "poteri straordinari" ai dirigenti degli uffici, con "pericolosa deroga al sistema tabellare", e anche al principio costituzionale del giudice naturale. Si rinvia, peraltro, per mancanza di fondi e personale, anche la riforma (seppur dai contenuti controversi) sul Tribunale per le persone, i minorenni e le famiglie.
Insomma, per l'Anm quel decreto - esattamente come avevano già stigmatizzato gli avvocati del civile, con il presidente dell'Uncc Alberto del Noce - favorirebbe solo una mega-fabbrica di sentenze, da remoto e con meno garanzie per i cittadini, in sintesi una scelta pericolosamente al ribasso. Che rappresenta la "deriva burocratica" del Pnrr in quanto punta a mettere al riparo statistiche e sentenze, ma non ad assicurare più qualità ed autonomia. Ora la parola passa al Csm, che avrà meno di 6 giorni per stabilire i trasferimenti e dare il via al piano rinforzi sul civile. Ma se il Piano di ripresa e resilienza si poneva "come occasione storica per costruire una giustizia più efficiente moderna e sostenibile”, rilevano i magistrati, c’è già una sconfitta.