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Picierno: “Polarizzare è la fine della politica. Franceschini sbaglia”

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L’eurodeputata dem, vicepresidente del Parlamento europeo: “Penso che non sia giusto che un sincero democratico come lui paragoni il pluralismo di un partito a un pollaio”
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ROMA – Onorevole Pina Picierno, condivide la lettura proposta dall’ex ministro della Cultura?

«Io penso che Franceschini sbagli lettura: il problema dell’Italia è la polarizzazione eccessiva che crea disaffezione al voto e alla partecipazione perché tutto viene percepito come uno scontro muscolare e identitario fra destra e sinistra. Dario nell’intervista a Repubblica sembra accettare questo schema come immutabile. Per me è la fine della politica».

Addirittura?

«Ma davvero la modernità è mettere insieme tutto e il suo contrario? Il campo largo è fatto da forze che hanno differenze e ambiguità di fondo su temi fondamentali».

Per esempio?

«L’Europa, la politica estera, l’idea di sviluppo».

E quindi? Divisi si perde, la sua idea è regalare l’Italia a Meloni per i prossimi vent’anni?

«Neanche per sogno. Ma mi chiedo: davvero per vincere siamo disposti a cavalcare il populismo più sfrenato in una gara di eccessi con la destra? Oltretutto loro sono più bravi nella propaganda e noi rischiam…

ROMA – Onorevole Pina Picierno, condivide la lettura proposta dall’ex ministro della Cultura?

«Io penso che Franceschini sbagli lettura: il problema dell’Italia è la polarizzazione eccessiva che crea disaffezione al voto e alla partecipazione perché tutto viene percepito come uno scontro muscolare e identitario fra destra e sinistra. Dario nell’intervista a Repubblica sembra accettare questo schema come immutabile. Per me è la fine della politica».

Addirittura?

«Ma davvero la modernità è mettere insieme tutto e il suo contrario? Il campo largo è fatto da forze che hanno differenze e ambiguità di fondo su temi fondamentali».

Per esempio?

«L’Europa, la politica estera, l’idea di sviluppo».

E quindi? Divisi si perde, la sua idea è regalare l’Italia a Meloni per i prossimi vent’anni?

«Neanche per sogno. Ma mi chiedo: davvero per vincere siamo disposti a cavalcare il populismo più sfrenato in una gara di eccessi con la destra? Oltretutto loro sono più bravi nella propaganda e noi rischiamo di appiattirci su posizioni e parole d’ordine che non sono le nostre, siamo distanti anni luce, non ci appartengono».

Sostiene Franceschini che la politica è anche aritmetica, però.

«Sommare sigle per arrivare a un quoziente sufficiente per correre alla pari con i nostri avversari significa scambiare la tecnica elettorale con la politica. Che per carità è un’arte nobile, ma non basta. Il suo è un ragionamento tattico e un cedimento culturale. Si pensa di sostituire il bipolarismo, in Italia ormai consolidato, con il bipopulismo. Quando lui dice che ogni coalizione fa il pieno di voti nel proprio campo, sta cavalcando l’idea di fare la gara degli eccessi con la destra».

Sembra di sentire Calenda...

«E vabbè, Calenda su questo ha ragione. Così facendo si uccide il Partito democratico nato dall’Ulivo».

Perché?

«Se noi ci inchiniamo a questo schema, che in Europa vede i progressisti sconfitti ovunque poiché la destra ha un’identità più aggressiva, noi non diventiamo più la soluzione, ma un pezzo del problema. Le difficoltà del Paese spariscono, sparisce la realtà, vince la propaganda di un campo contro l’altro. Franceschini accusa giustamente la destra di non fare le riforme perché in disaccordo su molti temi cruciali, ma quali sarebbero le riforme che possiamo proporre noi se accettiamo che a prevalere siano i populisti anche quando sono marginali?».

Ma il Pd da solo dove va? Le alleanze non sono necessarie? E non serve anche una gamba moderata e riformista che irrobustisca la coalizione progressista?

«Andiamo con ordine. Certo che sono necessarie, ma nella chiarezza delle scelte e dei programmi. Prima serve un confronto serio innanzitutto con il M5S. Quanto al Pd, nasce per rappresentare una domanda di cambiamento e di riforme che nel Paese esiste. Pensare di delegare a una sorta di partito satellite l’elettorato moderato che chiede cambiamento e riforme significa decretare che il Pd delle origini non esiste più. Quindi la proposta di Franceschini qual è? Tornare a Ds e Margherita? È una sconfitta alla quale molti di noi non si rassegneranno mai».

Allora ha ragione Franceschini quando dice che nel Pd ci sono troppi galli a cantare.

«Dario è da sempre un sincero democratico e penso che non sia giusto che uno come lui paragoni il pluralismo di un partito a un pollaio. Perciò vorrei dirgli che il giorno, prima o dopo, arriva sempre: polli o non polli. Ed è utile aspettarlo insieme, anche se dentro la comunità democratica non la pensiamo tutti allo stesso modo».

Dice anche che è cambiato il mondo e il leader della coalizione non deve essere per forza un moderato.

«Il leader è quello che interpreta un progetto. Progetto che al momento mi pare sia ancora molto lontano».

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