«Gli europei parlano e parlano, ma finora non hanno fatto nulla di concreto per cercare di fermare la guerra di Netanyahu a Gaza. Si muovessero». Il richiamo di Aaron David Miller, per vent’anni consigliere di sei segretari di Stato americani sul Medio Oriente, parte dalla presa d’atto che il premier israeliano «non ha alcuna intenzione o convenienza a interrompere le operazioni militari; il presidente americano Trump è scontento, ma ha deciso di non fare pressione su Bibi; e gli stessi paesi arabi del Golfo sono titubanti, come dimostra la loro inazione dopo il bombardamento a Doha. Perciò, se vogliamo almeno tentare di cambiare la dinamica del conflitto, l’unica opzione rimasta è quella di un maggior attivismo di Francia, Germania e Gran Bretagna, ossia i soli paesi europei a cui Netanyahu è interessato».
Come giudica l’offensiva a Gaza City?
«Realizza desideri e obiettivi dell’attuale governo israeliano, acconsentiti e resi possibili dall’amministrazione Trump».
Si spieghi.
«Netany…
«Gli europei parlano e parlano, ma finora non hanno fatto nulla di concreto per cercare di fermare la guerra di Netanyahu a Gaza. Si muovessero». Il richiamo di Aaron David Miller, per vent’anni consigliere di sei segretari di Stato americani sul Medio Oriente, parte dalla presa d’atto che il premier israeliano «non ha alcuna intenzione o convenienza a interrompere le operazioni militari; il presidente americano Trump è scontento, ma ha deciso di non fare pressione su Bibi; e gli stessi paesi arabi del Golfo sono titubanti, come dimostra la loro inazione dopo il bombardamento a Doha. Perciò, se vogliamo almeno tentare di cambiare la dinamica del conflitto, l’unica opzione rimasta è quella di un maggior attivismo di Francia, Germania e Gran Bretagna, ossia i soli paesi europei a cui Netanyahu è interessato».
Come giudica l’offensiva a Gaza City?
«Realizza desideri e obiettivi dell’attuale governo israeliano, acconsentiti e resi possibili dall’amministrazione Trump».
Si spieghi.
«Netanyahu sta conducendo un’offensiva di terra non al massimo delle potenzialità militari. Il suo interesse è dare l’impressione di concordare con le proposte di pace americane, confidando nel fatto che Hamas le bocci. Così può continuare una guerra finalizzata ad un obiettivo impossibile. Infatti può distruggere Hamas sul piano militare, e in larga parte ci è riuscito, ma non può cancellare con la forza la sua influenza su Gaza. Quindi cerca di spingere i palestinesi fuori dalla zona settentrionale della Striscia, se non dall’intera regione, affinché non siano più fisicamente presenti».
Se questa è la strategia, può esistere una possibilità di arrivare all’accordo per chiudere il conflitto?
«No, perché in questo momento gli obiettivi del governo israeliano e quelli di Hamas sono incompatibili. Hamas vuole usare gli ostaggi per ottenere il ritiro delle truppe dello Stato ebraico e conservare una presenza a Gaza; il premier è disposto solo ad accettare la vittoria totale, nessun compromesso o intesa intermedia».
Trump è d’accordo e ha dato via libera?
«Per riprendere una frase già usata con Putin, il presidente non è contento, però non è pronto ad assumersi il rischio politico di una rottura con Israele, o almeno applicare abbastanza pressione per fermare la guerra. Avrebbe tre opzioni, come del resto Biden: interrompere o limitare l’assistenza militare; criticare lo Stato ebraico nei consessi internazionali, come la prossima Assemblea generale dell’Onu; unirsi al coro dei riconoscimenti dello Stato palestinese. Non ha intenzione di usarle e penso sia arrivato alla conclusione che non può costringere Netanyahu a fermare la sua guerra».
Quindi non c’è alcuna speranza di fermarla?
«Nelle condizioni attuali, nessuna quantità di sforzi diplomatici o pressioni politiche sembra essere sufficiente a raggiungere questo obiettivo».
Netanyahu continua la guerra perché ritiene sia la scelta strategica giusta, o perché gli serve a sopravvivere?
«Ormai questi due obiettivi coincidono. Il premier è convinto di capire meglio di chiunque altro gli interessi di Israele e quindi si considera indispensabile. Lo Stato è lui, perciò conviene allo Stato che resti al suo posto, evitando una condanna legale o un patteggiamento che privi il paese della sua guida essenziale».
I paesi arabi non potrebbero fare pressioni, ad esempio uscendo dagli Accordi di Abramo?
«La reazione seguita al raid di Doha dimostra che non vogliono imporre costi a Israele. Forse hanno paura di Trump, sono indebitati con lui, o si aspettano altre cose dal presidente. Qualunque sia la ragione, non hanno intenzione di abbandonare gli Accordi di Abramo, cosa che farebbe male al capo della Casa Bianca perché è il suo unico, vero risultato diplomatico raggiunto».
E perché gli europei dovrebbero esporsi?
«Parlano e parlano, ma non fanno nulla di concreto. Non dico che potrebbero cambiare da soli la dinamica, ma Netanyahu ha interesse a conservare il rapporto con Francia, Germania e Gran Bretagna. Se loro imponessero costi reali potrebbero avere un qualche impatto».