✕

Pinelli (Csm) sulla violenza sulle donne: "Attenzione al linguaggio giuridico"

Fabio Pinelli, il vicepresidente del Csm 
“Una delle più gravi e diffuse violazioni dei diritti umani”, dice il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura che si riferisce anche ai termini shock usati dal giudice di Torino nel far cadere l'accusa di maltrattamenti sul caso di Lucia Regna
2 minuti di lettura

Due alert, che si legano alla piaga dei femminicidi, e non solo. Il primo, Fabio Pinelli, il vicepresidente del Csm, lo consegna ai magistrati: attenzione al linguaggio, quando si scrivono le sentenze, "perché è quello a riflettere una visione del mondo". Implicito ma chiarissimo riferimento ai termini shock usati dal giudice di Torino nel far cadere l'accusa di maltrattamenti sul caso di Lucia Regna. L'altro è rivolto all'opinione pubblica: non possiamo consentirci la "deriva emotiva" sulla giustizia, la polarizzazione modello social network di un verdetto. Neanche dalla parte delle vittime che pure esigono risarcimento al dolore e “nutrono legittime attese”.

Così il numero due di Palazzo Bachelet accende i riflettori sul tema che da tempo agita giuristi, mondo accademico e società civile: un dibattito pubblico che rischia di virare in tifoseria, o peggio, in caccia agli eretici, intorno ai provvedimenti di giustizia.

"La violenza sulle donne rappresenta una delle più gravi e diffuse…

Due alert, che si legano alla piaga dei femminicidi, e non solo. Il primo, Fabio Pinelli, il vicepresidente del Csm, lo consegna ai magistrati: attenzione al linguaggio, quando si scrivono le sentenze, "perché è quello a riflettere una visione del mondo". Implicito ma chiarissimo riferimento ai termini shock usati dal giudice di Torino nel far cadere l'accusa di maltrattamenti sul caso di Lucia Regna. L'altro è rivolto all'opinione pubblica: non possiamo consentirci la "deriva emotiva" sulla giustizia, la polarizzazione modello social network di un verdetto. Neanche dalla parte delle vittime che pure esigono risarcimento al dolore e “nutrono legittime attese”.

Così il numero due di Palazzo Bachelet accende i riflettori sul tema che da tempo agita giuristi, mondo accademico e società civile: un dibattito pubblico che rischia di virare in tifoseria, o peggio, in caccia agli eretici, intorno ai provvedimenti di giustizia.

"La violenza sulle donne rappresenta una delle più gravi e diffuse violazioni dei diritti umani, addirittura oltre il tema di genere: è una questione che investe l'intera società, minando i principi di uguaglianza, rispetto e dignità della persona che sono alla base della convivenza civile', premette Pinelli aprendo i lavori del convegno "Dall'educazione alla prevenzione. Le istituzioni a confronto per un efficace contrasto alla violenza sulle donne", a cui partecipa anche la ministra Eugenia Roccella. "Un aspetto fondamentale è quello del linguaggio giuridico, che non è mai neutro - ragiona Pinelli - Chi lo utilizza può, consapevolmente o meno, perpetuare stereotipi e discriminazioni''. In fondo, il "processo penale è (anche) una 'civiltà di parole': le categorie e le definizioni che il diritto crea non si limitano a descrivere la realtà, ma la plasmano, la influenzano, la trasformano".

Dei passi avanti sono tuttavia evidenti, nella società e persino nella politica, registra il vicepresidente del Csm: e la stessa "introduzione del reato di femminicidio non solo richiama l'attenzione sul fenomeno, ma può anche favorire un cambiamento culturale". Svolta che può avvenire, è l’esortazione, solo se ad essere rinnovate “non saranno soltanto le norme, ma anche il modo in cui pensiamo e parliamo di questi temi, per costruire una giustizia davvero più equa e rispettosa della dignità di tutte le persone. Il magistrato deve sempre ricordare che l'esercizio autonomo e indipendente della giurisdizione ha una ricaduta nella società civile".

Poi c’è l'altra sollecitazione. Non meno importante: ché guarda fuori, al di là di Tribunali o Corti, individuando il rischio di polarizzazione delle attese di giustizia, una postura "incentrata sulle aspettative di un esito favorevole alle pretese della vittima stessa".

C'è il pericolo, per Pinelli, che "il processo mediatico" contribuisca a " 'sacralizzare' impropriamente la figura della vittima", con il danno potenziale di "influenzare anche incoscientemente l’autorità giudiziaria e, quindi, di alterare la parità tra le parti. In questo contesto, la condanna diventa spesso un esito atteso, mentre l’assoluzione è percepita come una negazione della giustizia".

Ma questo equivarrebbe a scivolare nella "deriva emotiva del processo: dove la pena non è più proporzionata al reato, ma calibrata sull’intensità del dolore, per definizione soggettivo e incommensurabile". Ed è il livello che Pinelli segnala come “wokismo giudiziario”: cioè "l’utilizzo della giustizia penale per perseguire finalità politico-sociali". Una pressione sociale, dice, che non è giusto caricare sui magistrati.

Poco dopo, è la ministra Roccella a insistere sul tema delle leggi che devono farsi permeare dai progressi della società. “Come facciamo a parlare di neutralità del diritto quando fino a pochi decenni fa era così evidente la disparità, l'asimmetria, la non neutralità? Il diritto è frutto della storia, e quindi anche della storica asimmetria fra gli uomini e le donne. E la tipizzazione del

femminicidio è questo: riconoscere le ragioni specifiche della violenza maschile contro le donne. Una definizione che io preferisco a 'violenza di genere', e non è contro gli uomini. Che anzi vogliamo al nostro fianco per combattere” quella subcultura. La ministra cita un caso tra tanti, indimenticabile: il massacro della diciottenne Saman Abbas, di origini pakistane, aprile 2021, a Novellara (Reggio Emilia), che sintetizza “tutti i profili del femminicidio”: “Saman è stata uccisa perché era una donna, perché se fosse stato il fratello a fare le scelte di libertà che aveva fatto lei, non sarebbe stato eliminato”.

Leggi i commenti