Schlein attacca la destra: “Solo tagli e retorica vuota, uniti li battiamo ovunque”
dalla nostra inviata Giovanna VitaleCi crede Elly Schlein. Arriva a Pesaro, sale sul palco in riva al mare che dista appena 80 chilometri da quello dove Giorgia Meloni sta già comiziando, e prima di intervenire — accolta dagli applausi dei militanti — accenna un timido balletto sulle note dei White Stripes sparate a tutto volume. La sfida nelle Marche è difficile, ma decisiva: stappare questa regione alla destra significa spedire un avviso di sfratto a palazzo Chigi. Francesco Acquaroli, il governatore uscente a caccia del bis, è un “fratello”, fedelissimo della premier: battere lui vorrebbe dire incassare una vittoria non solo simbolica.
E infatti: «Matteo ti vogliamo presidente, andiamo a vincere e viva l’Italia antifascista» esulta la leader dem ringraziando Ricci, il “suo” candidato che è riuscito a mettere in piedi un’alleanza larghissima, da Potere al popolo fino ai centristi, di cui Schlein è orgogliosa. Lo dice subito: «Siamo qui con Stefano Bonaccini», il presidente del partito, «a portare un messaggio di unità…
Ci crede Elly Schlein. Arriva a Pesaro, sale sul palco in riva al mare che dista appena 80 chilometri da quello dove Giorgia Meloni sta già comiziando, e prima di intervenire — accolta dagli applausi dei militanti — accenna un timido balletto sulle note dei White Stripes sparate a tutto volume. La sfida nelle Marche è difficile, ma decisiva: stappare questa regione alla destra significa spedire un avviso di sfratto a palazzo Chigi. Francesco Acquaroli, il governatore uscente a caccia del bis, è un “fratello”, fedelissimo della premier: battere lui vorrebbe dire incassare una vittoria non solo simbolica.
E infatti: «Matteo ti vogliamo presidente, andiamo a vincere e viva l’Italia antifascista» esulta la leader dem ringraziando Ricci, il “suo” candidato che è riuscito a mettere in piedi un’alleanza larghissima, da Potere al popolo fino ai centristi, di cui Schlein è orgogliosa. Lo dice subito: «Siamo qui con Stefano Bonaccini», il presidente del partito, «a portare un messaggio di unità del Pd e della coalizione, che è la stessa in tutte le regioni al voto e non succedeva da vent’anni». Conta poco che non ci siano Giuseppe Conte né Nicola Fratoianni e neppure Matteo Renzi, una chiusura congiunta non era prevista, non si farà da nessuna parte, non è lo stile di una casa che si deve ancora consolidare. Ma in piazza della Libertà ci sono 4mila persone, la brezza adriatica accarezza le bandiere di tutti i partiti, è bello lo stesso. Preludio del duello in calendario fra due anni, alle Politiche, quando oggi come ieri, e forse anche domani, sarà di nuovo Elly contro Giorgia, due opposte visioni della politica e del mondo. Le Marche come epicentro del cambiamento: dal cuore dell’Italia centrale, è il messaggio, può partire l’onda che travolgerà la destra. L’avvertimento di Bonaccini è chiaro: «Mai più divisi come nel ‘22 eh, mai più ognun per sé!».
Non è un caso se lungo un’ora di discorso — preceduto dalla carica del presidente dem, convinto che lo sbarco in massa del governo a queste latitudini sia sintomo della «loro paura di perdere» — è proprio Meloni il bersaglio principale dell’invettiva della segretaria. Sul palco di Ancona la capa dei Fratelli ha appena urlato: «Ci vuol coraggio a parlare di salario minimo». Schlein vibra di rabbia: «A lei dico: si vergogni di non aver alzato gli stipendi degli italiani mentre 4 milioni e mezzo sono in povertà assoluta, anche fra chi un lavoro ce l’ha ma prende una paga da fame. A lei dico che la batteremo alle prossime Politiche e la prima cosa che faremo sarà proprio approvare il salario minimo perché sotto i 9 euro all’ora non è lavoro, ma sfruttamento».
Eccolo il programma: fare il contrario di una compagine sovranista che «si riempie la bocca di sicurezza e poi taglia i fondi ai comuni, sulla polizia municipale come sulla rigenerazione urbana». Che parla tanto «di famiglia tradizionale e poi nessuno di loro ce l’ha, siamo stufi di questa retorica vuota». Il contrario di «una donna premier che non fa niente per le altre donne, non sappiamo che farcene», alza la voce la leader democratica. Una che «si vanta di aver fatto il più grande investimento della storia sulla sanità, ma mente sapendo di mentire: le risorse si misurano in rapporto al Pil, non in numeri assoluti, e di questo passo la spesa sanitaria nei prossimi anni scenderà ai minimi. Ma è un disegno preciso: vogliono smantellare la sanità pubblica a vantaggio dei privati, o di qualche sottosegretario amico loro, mentre il nostro riferimento è quella universalistica di Tina Anselmi, che curi tutti, non solo chi può permetterselo». E il contrario pure di un governo che «non fa niente per fermare i crimini di Netanyahu a Gaza come in Cisgiordania», si sgola Schlein davanti ai militanti che espongono cartelli per dire basta ai massacri nella Striscia.
Serve una svolta, è l’invito della segretaria pd. Nelle Marche e nel Paese. Perciò ora occorre mobilitarsi. L’affluenza non è una variabile secondaria: se aumenta, crescono le chance di vittoria. Le ultime parole di Enrico Berlinguer nel famoso comizio di Padova, il 7 giugno ’84, evocate come preghiera laica, un appello alla partecipazione: «Vi chiedo di andare casa per casa, strada per strada, nei luoghi di lavoro, nelle biblioteche, al mercato, al bar mentre prendete il caffè, scartabellate le vostre rubriche e chiamate quante più persone possibile, quelle che non credono più che il voto faccia la differenza. Invece questi cinque anni a destra fanno capire che la differenza c’è eccome». In cambio Schlein offre una certezza: «Se vinciamo nelle Marche saremo a disposizione di tutti, non come fanno loro. Sappiamo che c’è un potere di condizionamento forte, ma siate liberi, anche perché nel segreto dell’urna non vi vede nessuno», sorride mentre la fila per i selfie si allunga e la band di Mirko Casadei attacca Ciao ciao mare. Che un anonimo militante traduce sornione: «Speriamo che sia bye-bye Acquaroli».