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Riconoscimento Palestina, Tajani frena. E l’Italia ha dubbi sulle sanzioni Ue: “Serve unanimità”

(ansa)

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A Bruxelles, nella riunione degli ambasciatori, Roma ha espresso “perplessità procedurali”. Il ministro degli Esteri: la carneficina deve finire
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A volte frena. Spesso cerca di dribblare il problema. Oppure si muove per spostarlo un po’ più in là. Ecco come si muove Palazzo Chigi nella gestione del dossier di Gaza. Un esempio si è avuto l’altro ieri durante la riunione del Coreper, l’organismo che riunisce gli ambasciatori a Bruxelles. Quando la Commissione europea ha presentato le sue proposte, la reazione di Roma e Parigi sono state quasi opposte. Il delegato francese ha chiesto di completare la riflessione dei tecnici dei Ventisette entro una settimana e riconvocare subito un’altra riunione per approvare sanzioni dure. L’italiano ha invece sollevato, si apprende da fonti qualificate, una «perplessità procedurale», che in realtà serve anche a frenare la linea dura dell’Ue: siamo certi, è stato il senso del suo interrogativo, che le misure commerciali vadano approvate a maggioranza qualificata e non invece all’unanimità? Perché questa sorta di dazio è giustificato da ragioni legate al mancato «rispetto dei diritti umani», è la…

A volte frena. Spesso cerca di dribblare il problema. Oppure si muove per spostarlo un po’ più in là. Ecco come si muove Palazzo Chigi nella gestione del dossier di Gaza. Un esempio si è avuto l’altro ieri durante la riunione del Coreper, l’organismo che riunisce gli ambasciatori a Bruxelles. Quando la Commissione europea ha presentato le sue proposte, la reazione di Roma e Parigi sono state quasi opposte. Il delegato francese ha chiesto di completare la riflessione dei tecnici dei Ventisette entro una settimana e riconvocare subito un’altra riunione per approvare sanzioni dure. L’italiano ha invece sollevato, si apprende da fonti qualificate, una «perplessità procedurale», che in realtà serve anche a frenare la linea dura dell’Ue: siamo certi, è stato il senso del suo interrogativo, che le misure commerciali vadano approvate a maggioranza qualificata e non invece all’unanimità? Perché questa sorta di dazio è giustificato da ragioni legate al mancato «rispetto dei diritti umani», è la tesi, e dunque dovrebbe prevedere un voto unanime. Che però, inevitabilmente, affosserebbe la stretta.

È la strategia dell’esecutivo: boicottare, o almeno ridimensionare, questo tipo di sanzioni al commercio. Si ripropone dunque una dinamica, quella tra Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron, destinata a ripetersi pure la prossima settimana a New York, in occasione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite. Il governo italiano ha votato di recente a favore del riconoscimento dello Stato di Palestina, assieme naturalmente ai francesi, perché nel documento era prevista una clausola utile a Roma: questo stesso riconoscimento potrà avvenire quando uno Stato riterrà di farlo, senza vincoli temporali. Macron attende proprio la platea Onu per l’annuncio, Keir Starmer lo anticiperà di qualche ora. La premier, invece, ribadirà quanto detto a Repubblica a luglio: riconosceremo, ma al termine di un percorso politico, per andare oltre le dichiarazioni di principio.

È un posizionamento che ieri ha portato al Senato Antonio Tajani. Il titolare degli Esteri ha prima voluto contestare le recenti dichiarazioni del ministro israeliano Bezalel Smotrich: «Mettere le mani su Gaza “miniera d’oro” o sconfiggere Hamas? Non so quale sia il vero obiettivo del governo Netanyahu. Ma questa carneficina deve terminare». Poi, in vista della riunione delle Nazioni Unite, ha aggiunto: «In quella sede approveremo il documento per la costruzione dello Stato palestinese, per seguire quel percorso. Ma non possiamo riconoscerlo oggi, perché è inutile. Oggi non c’è lo Stato palestinese». Il programma Piazzapulita, però, anticipa lo spezzone di un intervento del ministro pronunciato nel settembre 2024 a New York, ospite di un’associazione vicina ai coloni: «L’Italia - sostiene nel video - è contro ogni proposta di Stato palestinese. Dov’è? Non esiste». Ieri, però, le parole sono state altre: «Io non sono mai stato contrario. Ho detto che noi non possiamo riconoscerne uno Stato che non riconosca Israele o non sia riconosciuto da Israele. E che non possiamo avere Hamas come interlocutore: farsi scudo del proprio popolo è un crimine orrendo, uguale a quello che stanno commettendo i soldati israeliani».

Per il ministro degli Esteri, Roma può assicurare il proprio sostegno alle misure contro Tel Aviv. O meglio, ad alcune: «Siamo favorevoli a quelle contro i coloni violenti e i ministri che hanno assunto posizioni inaccettabili». Diverso il discorso sulle sanzioni commerciali: «Valuteremo, nella consapevolezza però che non debbano esserci ricadute negative sui civili israeliani». Infine, Matteo Salvini. Intervistato da una tv israeliana, dice: «Riconoscere adesso uno Stato palestinese, con Hamas ancora attivo, è un errore clamoroso». Poi aggiunge: «Alcune istituzioni europee sono complici di un antisemitismo dilagante».

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