«No, ministro no, la prego». Sergio Costa che guida i lavori dell’aula vede la situazione precipitare e vanamente si appella al vicepremier Tajani, che invece applaude e fa festa sulla riforma giustizia, contro le regole che lo vieterebbero, in sintonia con la sua parte d’emiciclo e con l’euforia pronta ad esplodere da giorni. C’è chi grida “fuori fuori” e chi, occhi al cielo, riesuma il protettore risarcito, “Silvio Silvio”. Neanche il tempo di dichiarare formalmente approvato il ddl costituzionale sulla separazione delle carriere – è ormai il terzo sì: con 243 voti favorevoli, 109 contrari – che a Montecitorio salta tutto. Regole, protocollo, ordine degli interventi. Ora manca l’ultima tappa, Palazzo Madama, poi il referendum. Esulta Meloni, Pd e centrosinistra provano a bloccare i lavori dell’aula.
Prima l’agitazione, i cori, lo sberleffo, poi tra gli uomini si arriva faccia a faccia, tra insulti e blazer strattonati è quasi rissa, su cui aprirà l’indagine il presidente della Camer…
«No, ministro no, la prego». Sergio Costa che guida i lavori dell’aula vede la situazione precipitare e vanamente si appella al vicepremier Tajani, che invece applaude e fa festa sulla riforma giustizia, contro le regole che lo vieterebbero, in sintonia con la sua parte d’emiciclo e con l’euforia pronta ad esplodere da giorni. C’è chi grida “fuori fuori” e chi, occhi al cielo, riesuma il protettore risarcito, “Silvio Silvio”. Neanche il tempo di dichiarare formalmente approvato il ddl costituzionale sulla separazione delle carriere – è ormai il terzo sì: con 243 voti favorevoli, 109 contrari – che a Montecitorio salta tutto. Regole, protocollo, ordine degli interventi. Ora manca l’ultima tappa, Palazzo Madama, poi il referendum. Esulta Meloni, Pd e centrosinistra provano a bloccare i lavori dell’aula.
Prima l’agitazione, i cori, lo sberleffo, poi tra gli uomini si arriva faccia a faccia, tra insulti e blazer strattonati è quasi rissa, su cui aprirà l’indagine il presidente della Camera, Lorenzo Fontana. Scendono giù decine di deputati dell’opposizione, circondano i banchi del governo, Tajani e il viceministro della Giustizia Sisto insistono nel mostrare soddisfazione. Costa per sei volte richiamerà il governo: «Ministro, si accomodi», «la prego», «recuperiamo la calma», ma è tardi. A quel punto il pentastellato Donno cerca di lanciarsi verso alcuni avversari forzisti, ma arriva il capogruppo di FI, Barelli, il braccio in alto e le dita tese nell’eloquente gesto della mano: «Mo’ te meno». Frase messa agli atti, servirà all’inchiesta interna sugli scontri.
Racconta tutto il siparietto, molto dopo, tra il vicepresidente di turno 5S e il viceministro Sisto, sicuri di non essere visti. Costa: «Ma anche tu, con i pollici alzati, dai...». E l’altro: «Sei sicuro? Non mi pare. Comunque, chi lo avrebbe detto, trent’anni che seguo ‘sto sogno».
La riforma Nordio – che prevede la separazione tra pm e giudici, lo sdoppiamento in due Consigli superiori della magistratura con i membri eletti a sorteggio e l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare – è attesa adesso all’ultima approvazione in Senato, dove approderà il 23 ottobre, concludendo il suo percorso con analoga celerità, qualche giorno appena. Poi l’ultima sfida passerà attraverso le urne, il referendum è quello confermativo che non richiede quorum e la destra farà di tutto per lanciarlo già a marzo: da ieri è formalmente obbligatorio, visto che nella seconda lettura in Parlamento non è stato raggiunto il quorum dei due terzi dei componenti. Arrivano pacche sulle spalle del ministro della Giustizia, Nordio sorride, offre alla buvette. E la premier, puntuale, da fuori, esulta.
«Avanti con determinazione, in attesa dell’ultimo ok da parte del Senato. Per consegnare alla Nazione una riforma storica e un sistema giudiziario sempre più trasparente ed efficiente», scrive Meloni. Ma di quale giustizia parliamo, si chiede la segretaria dem Elly Schlein: «Questo ddl non affronta neanche uno dei problemi dolorosi della giustizia: non gli spaventosi vuoti di organico di magistrati, cancellieri, assistenti. Non i tempi dilatati o il processo informatico che non funziona. Non il sovraffollamento disumano delle carceri. Una riforma fatta di propaganda e ossessione per il potere». La Cgil, notando «il clima da stadio che rivela lo spirito della controriforma», annuncia battaglia: «Fino in fondo con tutti gli strumenti democratici per scongiurare lo stravolgimento della Carta». Parla di resa dei conti finale il M5s, «di un governo che fa la guerra ai giudici da decenni». E anche i magistrati dell’Anm tornano a ribadire che scenderanno tra la gente «sui pericoli del ddl a partire dall’assemblea nazionale del 25 ottobre a Roma».
Intanto le opposizioni ottengono da Fontana che non si riprendono i lavori «in assenza di comunicazioni del governo su Gaza». L’ora X scadrà martedì: se non ci sarà una data per le notizie dal governo, pioveranno altre scintille.