ROMA – «I nazisti ci radunarono nel piazzale del lager e ci dissero che potevamo tornare a casa, a patto di arruolarci con la Repubblica di Salò. Nessuno aderì alla proposta. Nessuno. Nemmeno chi era giovane».
Abramo Rossi, da Pescara, 101 anni, racconta al Quirinale la sua storia di internato. Ne aveva diciannove, quando i nazifascisti lo presero, a Roma, il 7 ottobre 1943. Era carabiniere a cavallo, aiuto istruttore di equitazione. Girava con la fascia al braccio e la scritta: Roma città aperta. Si era arruolato soltanto sei mesi prima, per sottrarsi alla vita di mezzadro. Da Colonnella Teramo era finito così nella Capitale. Sperava in una vita più dignitosa, invece lo caricarono su un vagone alla stazione Ostiense, il convoglio si mosse verso Nord. Si ritrovò nel lager a Trofaiach, in Stiria, dove fu messo ai lavori forzati in una fonderia intitolata a Hermann Goering.
La figlia gli tiene i fogli da leggere. Una lice…
ROMA – «I nazisti ci radunarono nel piazzale del lager e ci dissero che potevamo tornare a casa, a patto di arruolarci con la Repubblica di Salò. Nessuno aderì alla proposta. Nessuno. Nemmeno chi era giovane».
Abramo Rossi, da Pescara, 101 anni, racconta al Quirinale la sua storia di internato. Ne aveva diciannove, quando i nazifascisti lo presero, a Roma, il 7 ottobre 1943. Era carabiniere a cavallo, aiuto istruttore di equitazione. Girava con la fascia al braccio e la scritta: Roma città aperta. Si era arruolato soltanto sei mesi prima, per sottrarsi alla vita di mezzadro. Da Colonnella Teramo era finito così nella Capitale. Sperava in una vita più dignitosa, invece lo caricarono su un vagone alla stazione Ostiense, il convoglio si mosse verso Nord. Si ritrovò nel lager a Trofaiach, in Stiria, dove fu messo ai lavori forzati in una fonderia intitolata a Hermann Goering.
La figlia gli tiene i fogli da leggere. Una liceale, Giorgia Palozza, lo intervista. «Decidemmo di tener fede al giuramento alla patria e questo ci costò altri lunghi mesi di prigionia, di lavoro forzato, fame e freddo. Nonostante la giovane età abbiamo avuto il coraggio di fare la scelta giusta: resistere, combattere e vincere la nostra battaglia per la libertà e la democrazia che voi giovani dovete proteggere. In questi tempi così bui dovete essere voi la luce». La scelta giusta. Come il titolo di un film. Gli applausi sono tutti per lui.
Sprazzi di quella vita quotidiana emergono dal suo racconto. «La sveglia alle quattro. Cinque chilometri a piedi per raggiungere la stazione. Altri venti chilometri per arrivare in fabbrica, a Leoben-Donawitz. Dodici ore di lavoro, dalle sei alle 18. Oppure il turno di notte, dalle 18 alle sei. Un capo operaio, un austriaco di nome Franz Mauta, a un certo punto lo prese a benvolere, spesso gli forniva di nascosto pane e speck. Al campo invece la cena era un misero mestolo di brodaglia».
Sono ormai pochi che possono raccontare questa storia. Un altro è Mario Ciavaglia, 102 anni, di Cisterna di Latina. «Non riesco a venire, ma ci sarà Abramo che è più giovane di me», ha fatto sapere. In Veneto vive Italo Gerlin che nel video trasmesso all’inizio della cerimonia ha detto: «Indossavamo una divisa, avevamo fatto un giuramento, ma non eravamo fascisti».
Rossi tornò a casa nel maggio 1945. Tornò con un braccio ingessato. I familiari quando lo videro scoppiarono a piangere, «pensavano che avessi un arto di legno». Sono passati 80 anni. «Ringrazio Dio che ha voluto che mi salvassi, e che vivessi così a lungo».