PESARO – «Qua e in Calabria è dura, però Ricci ha fatto un capolavoro e oggi siamo testa a testa. Abbiamo fatto una campagna a tappeto, io stessa sono venuta sei o sette volte». Elly Schlein è appena scesa dal palco di Fano, incantevole cittadina sulla costa e chissà se la dea Fortuna, a cui i romani l’avevano dedicata (Fanum Fortunae era il nome antico) darà stavolta una mano allo sfidante Matteo Ricci. Di certo gliene servirà molta, anche perché il governo nazionale ha buttato tutto il suo peso a sostegno del fratello d’Italia Francesco Acquaroli.
Sessanta milioni di euro solo negli ultimi giorni dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipess), graziosamente annunciati da Giorgia Meloni in un comizio ad Ancona la scorsa settimana. A cui si aggiunge l’inserimento delle Marche nella Zes, l’area del Sud con meno tasse e meno burocrazia per le imprese e gli investimenti infrastrutturali che Matteo Salvini ha sbandierato ieri sera in un comizio nel (piccolo) teat…
PESARO – «Qua e in Calabria è dura, però Ricci ha fatto un capolavoro e oggi siamo testa a testa. Abbiamo fatto una campagna a tappeto, io stessa sono venuta sei o sette volte». Elly Schlein è appena scesa dal palco di Fano, incantevole cittadina sulla costa e chissà se la dea Fortuna, a cui i romani l’avevano dedicata (Fanum Fortunae era il nome antico) darà stavolta una mano allo sfidante Matteo Ricci. Di certo gliene servirà molta, anche perché il governo nazionale ha buttato tutto il suo peso a sostegno del fratello d’Italia Francesco Acquaroli.
Sessanta milioni di euro solo negli ultimi giorni dal Comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipess), graziosamente annunciati da Giorgia Meloni in un comizio ad Ancona la scorsa settimana. A cui si aggiunge l’inserimento delle Marche nella Zes, l’area del Sud con meno tasse e meno burocrazia per le imprese e gli investimenti infrastrutturali che Matteo Salvini ha sbandierato ieri sera in un comizio nel (piccolo) teatrino di Porto San Giorgio, cento chilometri più a sud rispetto al palco di Fano dove la segretaria del Pd parlava davanti a 3-400 persone. «Ci sono cinque miliardi di cantieri aperti nelle Marche – ha sparato il vicepremier – ed entro l’inizio del 2027 faremo la gara per l’alta velocità». Senza contare gli 11 miliardi della ricostruzione post-terremoto del 2016, affidata a un altro fratello d’Italia, Guido Castelli, che sulle Marche ha messo il turbo nell’ultimo anno elettorale, segnando un +37% nelle liquidazioni rispetto al 2024.
E proprio la questione delle opere pubbliche e dei cantieri è stata centrale nella campagna del centrodestra, in una regione tagliata fuori dalle grandi arterie autostradali e ferroviarie, che soffre l’isolamento con micro-aeroporti snobbati dalle compagnie aeree e la E45 flagellata da restringimenti a una corsia. «Domenica – ha insistito Salvini – non si vota per la Palestina o per dare una spallata al governo, si vota per i cantieri».
E il centrosinistra? La campagna è stata quasi monotematica sulla sanità pubblica, individuata come il punto più dolente dei cinque anni di Acquaroli, anche perché il core business dell’ente regione sono proprio gli ospedali. Dopo aver denunciato il fatto che «nove marchigiani su dieci pensano che la sanità sia peggiorata», che «150 mila persone hanno rinunciato a curarsi a causa delle liste d’attesa», che il centrodestra «si deve vergognare perché dice che la colpa è dei marchigiani che vogliono troppe prestazioni», la novità è che Matteo Ricci ha iniziato a fare autocritica per il passato. Eh già, perché un punto a favore del centrodestra è il fatto che i problemi della sanità regionale si sono acuiti nel periodo di governo del centrosinistra. Erano gli anni della crisi finanziaria e il governo di Mario Monti impose criteri più rigidi alla spesa sanitaria. La giunta di Luca Ceriscioli (anche lui del Pd ed ex sindaco di Pesaro come Ricci) dovette calare la mannaia su molti piccoli ospedali che non arrivavano ai nuovi standard: fu una macelleria che colpì tredici nosocomi, chiusi o declassati a cronicari, soprattutto nelle aree interne. Il centrodestra aveva promesso di riaprili e non l’ha (ancora) fatto, ma le persone non si sono dimenticate di chi prese la decisione. Così Ricci ieri sera ha ammesso: «Se cinque anni fa i marchigiani hanno deciso di provare la destra lo hanno fatto perché non erano soddisfatti. Ma quando la smetterà Acquaroli di incolpare chi c’era prima e inizierà ad assumersi le sue responsabilità?». Anche Elly Schlein, che all’epoca nemmeno stava nel Pd, non si è nascosta dietro un dito: «Non tutti i problemi nascono con questo governo, bisogna fare autocritica. Detto questo, Acquaroli ha fatto tante promesse ma non le ha mantenute e anche chi lo aveva votato cinque anni fa oggi è arrabbiato».
Ci sarebbe poi la questione giudiziaria, quella “Affidopoli” che ha appesantito l’inizio della campagna elettorale di Matteo Ricci e che ora, dopo che il principale imputato ha scagionato l’allora sindaco di Pesaro, sembra solo un brutto ricordo. A sinistra sperano che gli schizzi di fango non abbiano appesantito troppo il volo di Ricci e fanno notare che Ernesto Napolillo, il pm che iniziò le indagini sull’esponente dem, è stato poi chiamato dal fratello d’Italia Andrea Delmastro a lavorare al Dap a Roma.
Ricci si è ripreso e tutti i leader della coalizione, da Conte a Fratoianni, da Bonelli a Renzi, nell’ultimo mese, sono venuti a dare una mano. Dopo aver battuto «quasi ogni paese della regione, aver preso cinque chili a forza di olive ascolane e vincisgrassi, aver fatto campagna 16 ore al giorno», il campione del centrosinistra appare stremato ma moderatamente ottimista: «È come in ogni maledetta domenica, ogni centimetro conta, ma siamo lì, massimo due punti di svantaggio. E se i nostri vanno a votare è fatta».