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La Flotilla sfida Israele: “Noi andiamo avanti”. Rifiutata la sosta a Cipro

(reuters)

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Gli attivisti: l’obiettivo rimane lo stesso, nessun cambio. Il ministro Gideon Sa’ar: “Nessuna barca entrerà in zona di guerra”
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«fQuesta missione è legittima, legale e necessaria. Nonostante minacce e attacchi, continueremo fino a Gaza senza altre soste». Al riparo lungo la costa di Creta, in una pausa necessaria per mettere a posto barche e animi dopo gli attacchi di tre notti fa, la Global Sumud Flotilla non tentenna quando da Israele arrivano nuove minacce. E viene respinta la proposta dell’Italia di fermarsi a Cipro.

«Questo è uno scalo tecnico — chiariscono dal comitato direttivo — non ce ne saranno altri». Anche se fonti di intelligence hanno informato di possibili attacchi «già entro le prossime 48 ore». Anche se Israele ha promesso di fermare con ogni mezzo qualsiasi barca si avvicini alla Striscia, bollando gli attivisti come «flotilla di Hamas». «Bugie riciclate», ribatte Yasemin Acar, membro del comitato direttivo della Global Sumud Flotilla «il nostro obiettivo è sempre stato chiaro, non è mai cambiato: vogliamo rompere l’assedio, non semplicemente portare aiuti. Il nostro è un atto di solidarietà …

«fQuesta missione è legittima, legale e necessaria. Nonostante minacce e attacchi, continueremo fino a Gaza senza altre soste». Al riparo lungo la costa di Creta, in una pausa necessaria per mettere a posto barche e animi dopo gli attacchi di tre notti fa, la Global Sumud Flotilla non tentenna quando da Israele arrivano nuove minacce. E viene respinta la proposta dell’Italia di fermarsi a Cipro.

«Questo è uno scalo tecnico — chiariscono dal comitato direttivo — non ce ne saranno altri». Anche se fonti di intelligence hanno informato di possibili attacchi «già entro le prossime 48 ore». Anche se Israele ha promesso di fermare con ogni mezzo qualsiasi barca si avvicini alla Striscia, bollando gli attivisti come «flotilla di Hamas». «Bugie riciclate», ribatte Yasemin Acar, membro del comitato direttivo della Global Sumud Flotilla «il nostro obiettivo è sempre stato chiaro, non è mai cambiato: vogliamo rompere l’assedio, non semplicemente portare aiuti. Il nostro è un atto di solidarietà internazionale per fermare il genocidio, aprire corridoi umanitari permanenti e difendere i diritti del popolo palestinese». Gaza — spiegano da bordo — non può rimanere un’inaccessibile prigione a cielo aperto. L’ipotesi di scaricare a Cipro cibo e farmaci, da affidare poi al patriarcato latino di Gerusalemme, incaricato di farle entrare davvero a Gaza, non convince tutti. Non c’è certezza che non rimangano fermi ai valichi controllati dal Cogat, l’ente israeliano che gestisce l’ingresso di cose e persone nella Striscia. E poi il problema — dicono — è di sistema. «I governi hanno fallito, oggi sono persone normali ad affrontare la crisi umanitaria, mettendo a rischio la propria vita», scrive dal ponte della Familia Madeira, David Adler, ex consulente di Bernie Sanders e Yanis Varoufakis, oggi coordinatore di Progressive International.

La Flotilla è una galassia composita, a bordo si incrociano percorsi politici, culturali, anche esistenziali di guerra, dai veterani dell’esercito statunitense ai collettivi studenteschi, da ecoattivisti e volontari storici del soccorso in mare ai parlamentari di diversi Paesi. Ma almeno per adesso, sulla linea sembrano concordi: «L’obiettivo principale rimane il superamento del blocco navale». Dura dal 2007, il segretariato generale delle Nazioni Unite l’ha definito più volte «illegittimo» perché assimilabile a una «punizione collettiva» nei confronti di tutta la popolazione palestinese, dunque una palese violazione del diritto internazionale. Ma Israele ha sempre ignorato raccomandazioni e moniti. E non sembra avere intenzione di fare passi indietro. «Siamo pronti a un accordo costruttivo sugli aiuti ma impediremo a ogni costo qualsiasi violazione», ha annunciato il ministro Gideon Sa’ar.

A che prezzo? Ce lo si chiede sulle barche della Flotilla, soprattutto adesso che sedimenta la paura di quei droni spuntati dal nulla e che per tre ore hanno assediato le barche, distruggendo vele, danneggiando alberi, ma soprattutto mandando un messaggio: «Possiamo colpire quando vogliamo». Si combatte mettendo in sicurezza gli scafi, rafforzando cime e vele, ripassando i protocolli di risposta non violenta in caso di attacco. In acque greche — ha annunciato il ministro Giorgios Gerapetritis — «la sicurezza sarà garantita». Ma meteo permettendo, oggi si parte e fonti di intelligence hanno fatto sapere che ci potrebbero essercene di nuovi, di intensità crescente e senza escludere l’uso delle armi da fuoco. «L’informazione è arrivata tramite una lettera di un ex ministro del Lussemburgo», ha informato il comitato direttivo. «Non ci sorprenderebbe se Israele scegliesse nuovamente la violenza. Questi atti di disperazione non sono diversi da quelli che abbiamo visto nell’ultimo decennio dell’apartheid in Sudafrica», dice Nkosi Zwelivelile Mandela, nipote del Nelson divenuto simbolo della lotta contro quel regime.

L’appello è a quegli equipaggi di terra che da quando la Flotilla è partita sono scesi in piazza: «Continuate a fare pressione». In Italia, la mobilitazione è diffusa, a Roma ieri un corteo ha “scortato” fino alla Farnesina il legal team degli equipaggi che ha diffidato il ministero: «Avete l’obbligo giuridico di proteggerli». In testa c’era Adelmo Cervi: «Sentivo il dovere di essere qui».

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