ROMA – Fine del blocco navale e apertura di un canale umanitario permanente. «Altre soluzioni o ipotesi — dice lo skipper Tony La Piccirella — per noi non sono ipotizzabili». Ufficialmente la Global Sumud Flotilla non fa passi indietro, tiene prua su Gaza e si prepara a levare l’ancora oggi stesso in direzione Sud. Ma in mare e nelle assemblee il condizionale è d’obbligo, il meteo non è clemente per nulla e la Flotilla è una galassia assai plurale, dunque lo scenario potrebbe cambiare. Soprattutto adesso che la portavoce italiana Maria Elena Delia è sbarcata per «condurre un dialogo diretto con le istituzioni». Obiettivo dichiarato: «Garantire l’incolumità dell’equipaggio e il raggiungimento degli obiettivi della missione». E su come farlo, potrebbe aprirsi una trattativa.
L’intervento del Vaticano, che dopo gli attacchi subiti dalla flotta umanitaria ha tentato di costruire un canale che permetta di far arrivare gli aiuti e evitare che le 47 barche entrino in rotta di collisione con…
ROMA – Fine del blocco navale e apertura di un canale umanitario permanente. «Altre soluzioni o ipotesi — dice lo skipper Tony La Piccirella — per noi non sono ipotizzabili». Ufficialmente la Global Sumud Flotilla non fa passi indietro, tiene prua su Gaza e si prepara a levare l’ancora oggi stesso in direzione Sud. Ma in mare e nelle assemblee il condizionale è d’obbligo, il meteo non è clemente per nulla e la Flotilla è una galassia assai plurale, dunque lo scenario potrebbe cambiare. Soprattutto adesso che la portavoce italiana Maria Elena Delia è sbarcata per «condurre un dialogo diretto con le istituzioni». Obiettivo dichiarato: «Garantire l’incolumità dell’equipaggio e il raggiungimento degli obiettivi della missione». E su come farlo, potrebbe aprirsi una trattativa.
L’intervento del Vaticano, che dopo gli attacchi subiti dalla flotta umanitaria ha tentato di costruire un canale che permetta di far arrivare gli aiuti e evitare che le 47 barche entrino in rotta di collisione con la Marina israeliana, ha aperto un dibattito. E l’appello del presidente Sergio Mattarella, è stato un ulteriore elemento di discussione.
Al momento, un dato si può dare per certo; nessuno a bordo accetterà semplicemente di scaricare a Cipro gli aiuti umanitari, che il patriarcato latino di Gerusalemme dovrebbe trasferire al porto israeliano di Ashdod, quindi a Gaza, attraverso un corridoio aperto dalle Misericordie. «Neanche se a garantirne la consegna fosse il cardinale Pizzaballa», hanno scandito dentro e fuori dai social gli attivisti. «La proposta di mediazione è a dir poco offensiva, ignora il vero obiettivo della missione che è rompere l’assedio», taglia corto David Adler, ebreo americano, in passato consulente di Bernie Sanders e oggi coordinatore di Progressive international. «È curioso che si chieda a noi di fare un passo indietro e si tratti con uno Stato genocida, che da anni viola ogni norma e convenzione. Noi sappiamo di avere dalla nostra il diritto internazionale», sottolinea dal ponte della Alma. Sulla stessa barca viaggia parte del comitato direttivo, che a più riprese ripete: «Andiamo dritti a Gaza». Ma in una trattativa — sussurra chi anche dentro la Flotilla spinge per il dialogo — non succede mai che si dica di sì alla prima offerta».
«Se mediazione significa aprire un canale umanitario permanente per far entrare aiuti e non una soluzione una tantum, potremmo valutarla. Ovviamente significa anche che Israele non possa bloccare i biscotti “perché forniscono un apporto calorico troppo alto”», aveva detto nella mattinata di ieri la portavoce italiana Maria Elena Delia, ribadendo però che «la Flotilla non cambia rotta per togliere la patata bollente dalle mani del governo». Ma qualche ora dopo, è stata rispedita in Italia con l’incarico di «condurre in persona il dialogo».
Vero, Delia, prof di professione era quasi agli sgoccioli dell’aspettativa, quindi si sarebbe dovuta fermare. Ma l’intenzione di “vedere le carte” e capire quanto oltre la “mediazione” si possa spingere c’è. In ballo, ci sarebbe un incontro — tutto ancora da organizzare — con la Farnesina e sul piatto diverse soluzioni. Oltre all’ipotesi cipriota, inizia a farsi strada una “strada egiziana”, che prevederebbe lo sbarco dei carichi di aiuti a Port Said e il trasferimento via terra a Rafah. «Chiediamo al governo un embargo nei confronti di Israele, sanzioni non solo sul commercio e il blocco totale di invio di armi a Israele», fa sapere invece da bordo Simona Moscarelli incontrando i delegati della Cgil, pronta allo sciopero generale in caso di attacco alla Flotilla.
Da capire sarà anche il mandato con cui Delia si presenterà a un eventuale tavolo. È stata «richiamata dalla delegazione italiana» e fa parte del comitato direttivo. Ma le anime sulla Flotilla sono tante, diverse. Mentre dieci italiani abbandonavano la missione — per paura, lavoro a cui tornare o stanchezza — e solo in parte venivano rimpiazzati, per l’intera giornata di ieri sulla Flotilla si è lavorato per preparare le barche alla partenza, sperando che il forte vento previsto metta al riparo dai droni e dalla paura. Ma già dalla prima serata, sulle chat collettive hanno iniziato a arrivare messaggi. «Eccone un altro».