Scatta l’allarme dei Servizi: possibili attacchi alla missione. L’Italia a Israele: “Cautela”
dalla nostra inviata Francesca Caferri , Lorenzo De CiccoCon la Flotilla di nuovo in mare alla volta di Gaza, sul tavolo del governo - ma l’informazione è stata recapitata anche ad alcuni esponenti di opposizione - sono arrivati i report dei nostri servizi segreti. Il senso è chiaro: l’intelligence prospetta possibili, nuovi attacchi di droni israeliani contro le imbarcazioni della missione umanitaria. Ben prima che le navi raggiungano il limite delle acque israeliane. L’offensiva potrebbe avvenire nelle prossime ore, in acque internazionali, è il senso dell’alert. E stavolta potrebbero non essere semplici flash bang, ordigni assordanti, come cinque notti fa. L’allarme a Palazzo Chigi è alto. Anche se Giorgia Meloni, dicono nella sua cerchia, ormai ragiona così: «Abbiamo fatto di tutto, abbiamo offerto in questi giorni due soluzioni diverse per consegnare gli aiuti in sicurezza e con tempi certi». Dunque se la flottiglia procede «è perché lo scopo è un altro». Cioè: politico. Questa è la tesi. «I rischi non sono secondari, mi auguro che gli…
Con la Flotilla di nuovo in mare alla volta di Gaza, sul tavolo del governo - ma l’informazione è stata recapitata anche ad alcuni esponenti di opposizione - sono arrivati i report dei nostri servizi segreti. Il senso è chiaro: l’intelligence prospetta possibili, nuovi attacchi di droni israeliani contro le imbarcazioni della missione umanitaria. Ben prima che le navi raggiungano il limite delle acque israeliane. L’offensiva potrebbe avvenire nelle prossime ore, in acque internazionali, è il senso dell’alert. E stavolta potrebbero non essere semplici flash bang, ordigni assordanti, come cinque notti fa. L’allarme a Palazzo Chigi è alto. Anche se Giorgia Meloni, dicono nella sua cerchia, ormai ragiona così: «Abbiamo fatto di tutto, abbiamo offerto in questi giorni due soluzioni diverse per consegnare gli aiuti in sicurezza e con tempi certi». Dunque se la flottiglia procede «è perché lo scopo è un altro». Cioè: politico. Questa è la tesi. «I rischi non sono secondari, mi auguro che gli attivisti ci ripensino, i nostri militari certamente non andranno a uno scontro a fuoco con Israele», avvisa il vicepremier Antonio Tajani.
Al governo sperano che la pattuglia di italiani a bordo possa rimpicciolirsi ancora (da 55 si è passati a circa 45 connazionali, compresi 4 parlamentari di Pd, M5S e Avs). I contatti dei ministri Crosetto e Tajani con l’opposizione sono costanti. E l’auspicio è che l’appello del presidente Sergio Mattarella sia servito a ponderare bene i rischi. La flottiglia però tira dritto. Il ministro degli Esteri in questi giorni ha sentito più volte l’omologo israeliano, Gideon Sa’ar. Chiedendo sostanzialmente «di non usare violenza». Cautela. Anche perché c’è un dialogo aperto con gli attivisti per valutare altri scenari, alternativi alla forzatura del blocco. Da Israele però, secondo canali diplomatici, è arrivata questa risposta: se la flottiglia avanza, la reazione di Israele ci sarà, a tutela dell’operazione in corso nella Striscia.
Ecco perché la nostra Marina militare, che con la fregata Alpino ha il compito di soccorrere le barche, è già stata incaricata di diramare avvertimenti via radio alla flottiglia. Con la richiesta di «fermarsi», perché andare oltre, anche in acque internazionali, espone a rischi seri. Sia la fregata italiana che quella spagnola si terranno a diverse miglia di distanza. E hanno già chiarito che non risponderanno ai droni, in caso di attacchi. Interverranno solo dopo, per fornire assistenza umanitaria. E a proposito di assistenza umanitaria: la Farnesina sta lavorando a una nuova evacuazione sanitaria da Gaza, la 15esima. Fra i bambini la piccola Tuleen, una neonata affetta da una grave malformazione congenita.
L’urgenza però è trovare uno sbocco alla Flotilla, che preveda un cambio di rotta. Al governo non credono nell’opzione Egitto, cioè Rafah, valico chiuso da mesi. Ieri Israele ha proposto all’Italia di far approdare le navi in uno dei suoi porti, quello di Ashdod, il più vicino a Gaza, trenta minuti di auto dai valichi Nord. Da qui gli aiuti verrebbero fatti sbarcare e raggiungerebbero poi la Striscia con la mediazione del Patriarcato latino di Gerusalemme. Difficile pensare che la proposta possa essere accettata: arrivare lì significherebbe per la Flotilla interfacciarsi con le autorità israeliane. «Lo scopo è chiaro – spiega una fonte diplomatica che segue la vicenda – dimostrare che la missione non è umanitaria ma politica, anzi offensiva. Avendo offerto di far entrare gli aiuti sotto l’egida del Patriarcato, sia che arrivino a Cipro che ad Ashdod, gli israeliani dicono di essere pronti ad accettare il lato umanitario della missione. Se tenteranno di forzare il blocco, agli occhi di Israele lo faranno per motivi politici: e dunque le forze armate saranno autorizzate a rispondere».
Meloni per ora non interviene più. Mercoledì il nodo Gaza sarà affrontato al consiglio europeo informale di Copenhagen. Probabile, secondo fonti italiane, che si discuterà pure della flottiglia. Anche se il nodo vero, tutto da sbrigliare, sono le sanzioni a Israele. Nessun accordo è stato raggiunto tra i 27. Alla riunione degli ambasciatori, ieri l’altro, l’Italia ha ribadito la sua linea, che accoglie solo parzialmente la proposta della Commissione Ue: sì alle sanzioni a coloni e ministri, «da valutare» il taglio all’export, anche se sia Roma che Berlino si sono dette per la prima volta possibiliste.