Se lo scarto fosse stato minore, sarebbe stato diverso. Ma otto punti di distanza dal candidato che si pensava di poter battere impongono al centrosinistra più di una riflessione. Matteo Ricci, Pd, ha perso contro Francesco Acquaroli, FdI, nelle Marche. Che non sono l’Ohio d’Italia, non lo sono mai state, ma sono la prima Regione al voto di una tornata elettorale su cui l’opposizione aveva puntato tantissimo. Da ieri Giorgia Meloni ha la prova che il suo consenso non è eroso e che non basta la somma aritmetica dei suoi avversari a batterla. E di certo hanno aiutato le promesse dell’ultimo minuto, 60 milioni per un ospedale e un’autostrada e poi la Zes – la zona economica speciale – con gli sgravi fiscali che si porta dietro. Ma non basta questo a spiegare un risultato così netto. E non è sempre vero che il presidente uscente parte in vantaggio, non lo è stato in Umbria, dove la sinistra ha battuto la leghista Donatella Tesei meno di un anno fa.
Acquaroli era un candidato più forte, so…
Se lo scarto fosse stato minore, sarebbe stato diverso. Ma otto punti di distanza dal candidato che si pensava di poter battere impongono al centrosinistra più di una riflessione. Matteo Ricci, Pd, ha perso contro Francesco Acquaroli, FdI, nelle Marche. Che non sono l’Ohio d’Italia, non lo sono mai state, ma sono la prima Regione al voto di una tornata elettorale su cui l’opposizione aveva puntato tantissimo. Da ieri Giorgia Meloni ha la prova che il suo consenso non è eroso e che non basta la somma aritmetica dei suoi avversari a batterla. E di certo hanno aiutato le promesse dell’ultimo minuto, 60 milioni per un ospedale e un’autostrada e poi la Zes – la zona economica speciale – con gli sgravi fiscali che si porta dietro. Ma non basta questo a spiegare un risultato così netto. E non è sempre vero che il presidente uscente parte in vantaggio, non lo è stato in Umbria, dove la sinistra ha battuto la leghista Donatella Tesei meno di un anno fa.
Acquaroli era un candidato più forte, soprattutto per la vicinanza alla presidente del Consiglio. Ha avuto il supporto manifesto di tutto il centrodestra, ma non era imbattibile perché nelle Marche – come ovunque nel Paese – ci sono moltissime cose che non vanno bene. Dalla sanità al lavoro, fino all’industria. E quindi ci sono ora due errori da non fare e una riflessione da imporre. Cominciamo dagli errori: se all’interno del campo largo, o alleanza progressista o comunque la si voglia chiamare, partirà il tiro al bersaglio degli uni contro gli altri, si farà un altro regalo alla maggioranza. D’altro canto, se la dirigenza dem e quelle di M5S e Avs si chiuderanno nel loro fortino a spiegare – specialità della casa – perché non è andata poi così male, e che è colpa del vento mondiale della destra, o dell’inchiesta che ha colpito Ricci, si rischia di fare peggio. Quel che è successo all’europarlamentare pd, ex sindaco di Pesaro, sul piano giudiziario dovrebbe impedire al centrodestra di continuare a dire che i magistrati sono tutti contro il governo. È chiaro che su un elettorato già demotivato anche l’inchiesta per corruzione – che è appena agli inizi e farà il suo corso – ha inciso. Lo ha detto lo stesso candidato, che pure non ha mai parlato di «giustizia a orologeria» come sarebbe accaduto a parti invertite. Ma nonostante tutte le buone ragioni, e gli ostacoli comprensibili, il centrosinistra dovrebbe sedersi attorno a un tavolo – lo hanno mai fatto? – e chiedersi: che orizzonte disegniamo per i cittadini cui chiediamo il voto? Qual è la nostra idea di Paese? Qual è il sogno? Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni, hanno continuato a battere sui temi che credevano vincenti – sanità, salari, Gaza – eludendo quelli spinosi. Non può funzionare. E questo non significa che bisogna parlare di sicurezza nelle città, immigrazione, industria, inseguendo la destra. O peggio, imitandola. Al contrario, bisogna avere il coraggio di trovare nuove risposte costruendo, appunto, un altro orizzonte possibile. Un’idea di Italia aperta, solidale, sicura, giusta, equa che abbia maggiore forza di quella che si ispira al trumpismo.
Schlein, che ha impostato la strategia, ha pensato fin qui a costruire un’alleanza unitaria, a costo di pagare dei prezzi personali per i compromessi fatti – come in Campania – ma ha capito ieri che la matematica non può bastare e che la politica è molto più faticosa. Il Movimento 5 stelle continua a pensare che le amministrative siano un caso a parte, e che quel 5,2% conti meno, ma un partito che è stato in tre governi dovrebbe cominciare a ragionare diversamente. Quanto al centrodestra, la Lega – che cinque anni fa era al 22% – passa al 7, ma nonostante sia cambiato il mondo e al suo interno abbia posizioni diversissime, la maggioranza riesce a tenersi miracolosamente in equilibrio. Accadrà finché qualcosa di forte non scuoterà la fune, riportando al voto un pezzo di quella metà degli elettori che ormai, sistematicamente, rinunciano alla democrazia.