ANCONA - Il candidato più schivo e meno mediatico di tutta la lunga panchina di Fratelli d’Italia ha vinto e lo ha fatto contro uno sfidante, Matteo Ricci, che in tv ci sguazza ogni giorno da anni. Lo avevano messo persino “sotto tutela”, spedendogli in aiuto due mastini come Italo Bocchino e Luca Sbardella, ma alla fine forse la chiave della vittoria è stata proprio la modestia del presidente uscente, in una regione che – lo dimostra l’altissimo astensionismo - non si fida più dei fenomeni politici. Al termine di una conferenza stampa-fiume in una sede alla periferia di Ancona, Acquaroli ha pronunciato più parole che in cinque anni di mandato da governatore.
Eppure si diceva che sarebbe stato difficile per la destra vincere contro Matteo Ricci a…
ANCONA - Il candidato più schivo e meno mediatico di tutta la lunga panchina di Fratelli d’Italia ha vinto e lo ha fatto contro uno sfidante, Matteo Ricci, che in tv ci sguazza ogni giorno da anni. Lo avevano messo persino “sotto tutela”, spedendogli in aiuto due mastini come Italo Bocchino e Luca Sbardella, ma alla fine forse la chiave della vittoria è stata proprio la modestia del presidente uscente, in una regione che – lo dimostra l’altissimo astensionismo - non si fida più dei fenomeni politici. Al termine di una conferenza stampa-fiume in una sede alla periferia di Ancona, Acquaroli ha pronunciato più parole che in cinque anni di mandato da governatore.
Eppure si diceva che sarebbe stato difficile per la destra vincere contro Matteo Ricci avendo un candidato così poco mediatico. Si è preso la sua rivincita?
«Le elezioni non sono un provino per il cinema, contano altre qualità».
Che cosa le ha dato più fastidio delle accuse di Ricci?
«Tutto e niente, nel senso che ho cercato sempre di non farmi toccare da quello che mi dicevano contro. Sapevo che la loro strategia era quella di farmi perdere la pazienza, specie in televisione. Era il loro gioco e non ci sono cascato».
Ha dedicato la vittoria a Giorgia Meloni, perché?
«Perché ha creduto in me prima di chiunque altro. Con lei e con Arianna ci conosciamo da tantissimi anni, abbiamo fatto questo cammino sempre insieme. Il ruolo di entrambe è stato fondamentale».
Ricci l’ha accusata di essersi nascosto dietro il volto di Meloni, da cui ha avuto un aiuto decisivo con le leve del governo nazionale. È stata una partita truccata?
«Io sono orgoglioso di essere amico di Giorgia. Il lavoro che abbiamo fatto con il governo qua nelle Marche è stato importante come il lavoro sul territorio: il gioco di squadra vince sempre. E poi scusate, il fatto che il governo abbia dato risposte alle Marche che non erano mai state date in decenni non è una colpa addebitabile a noi. Semmai è un merito».
Negli ultimi giorni la campagna del centrosinistra si è concentrata sul sostegno a Gaza. Ha temuto che questa mossa potesse erodere il suo vantaggio?
«No, perché si votava per le Marche non per Gaza. Noi abbiamo parlato della regione e di quello che avremmo voluto fare nel secondo mandato per portare a termine le tante cose che abbiamo iniziato. Credo che i marchigiani abbiano apprezzato l’aver messo al centro i problemi del territorio».
Ricci, Schlein e Conte hanno battuto molto sulla sanità. Ha avuto la percezione che stavano sfondando?
«Onestamente no, incontravo solo persone che mi incoraggiavano ad andare avanti».
Adesso cosa intende fare?
«Quando siamo arrivati cinque anni fa abbiamo trovato una situazione disastrosa, una regione senza programmazione. In questo periodo abbiamo avviato una riforma per ricostruire la sanità sul territorio ma non siamo riusciti a completarla. Lo faremo ora, a partire dall’emergenza-urgenza. È la nostra priorità pensando a una regione che ha una popolazione che invecchia, con le aree interne spesso senza presidi medici».
Le Marche stanno andando indietro, è lontano il tempo del boom della manifattura, dalle scarpe ai mobili. Come intende contrastare il declino?
«Sono determinato a fare delle Marche una delle regioni più sviluppate d’Italia e anche d’Europa: l’essere finiti in transizione nel 2018 ci ha colpito molto. Abbiamo una grande tradizione manifatturiera, che deve tornare a essere un settore all’altezza delle sfide».
Lei ha vinto ma ha votato la metà dei marchigiani, dieci punti in meno rispetto al 2020. Non è preoccupato?
«Certo, come non esserlo, ma guardiamo anche altrove: in Emilia-Romagna i votanti sono stati il 46 per cento. Come si contrasta l’astensionismo? Continuando a parlare dei problemi in maniera concreta, cercando di essere credibili nel risolverli. Così le persone torneranno ad avere fiducia nella politica. E poi andate a vedere i voti assoluti, non solo le percentuali: rispetto al passato c’è stata una sostanziale tenuta».
Come è andato a letto sabato sera?
«Con la coscienza a posto perché in questi anni abbiamo lavorato sodo. Penso di aver dato il massimo in questa campagna, non avevo niente da recriminarmi o da rimpiangere anche se avessi perso».