Scuderi: “Insultati e derisi. Freddo, poco cibo e sonno. Ho perso il senso del tempo”
di Alessia CanditoNella foto Benedetta Scuderi e Marco Croatti accolti a Fiumicino
ROMA – «Una doccia con acqua dolce». E quasi non ci si ricorda la sensazione dopo quasi venti giorni a bordo con solo quella salata a disposizione e le ultime 48 ore di missione, in cui neanche avere accesso ai servizi minimi è stato scontato. E poi cibo cinese, comfort food in grado di tacitare lo stomaco e risollevare lo spirito. Ma anche dopo qualche ora di casa, di tregua, Benedetta Scuderi non riesce a dire che sta bene. «Così», si limita a dire. «Sono state 48 ore dure, di poco sonno, poco cibo — giusto un pezzettino di formaggio e uno yogurt — molta preoccupazione. E c’è ancora per tutti quelli che sono rimasti indietro».
Ripartiamo dall’ultimo messaggio inviato a Repubblica: l’Idf si stava avvicinando. Cos’è successo dopo?
«Ci hanno circondati, ma non ci hanno abbordati subito. Hanno prima attaccato le barche vicino a noi, alcune anche con cannoni ad acqua. Poi è stato il nostro turno».
Come funziona?
«Arrivano all’improvviso, salgono a bordo con il mitra in mano, pistola all…
ROMA – «Una doccia con acqua dolce». E quasi non ci si ricorda la sensazione dopo quasi venti giorni a bordo con solo quella salata a disposizione e le ultime 48 ore di missione, in cui neanche avere accesso ai servizi minimi è stato scontato. E poi cibo cinese, comfort food in grado di tacitare lo stomaco e risollevare lo spirito. Ma anche dopo qualche ora di casa, di tregua, Benedetta Scuderi non riesce a dire che sta bene. «Così», si limita a dire. «Sono state 48 ore dure, di poco sonno, poco cibo — giusto un pezzettino di formaggio e uno yogurt — molta preoccupazione. E c’è ancora per tutti quelli che sono rimasti indietro».
Ripartiamo dall’ultimo messaggio inviato a Repubblica: l’Idf si stava avvicinando. Cos’è successo dopo?
«Ci hanno circondati, ma non ci hanno abbordati subito. Hanno prima attaccato le barche vicino a noi, alcune anche con cannoni ad acqua. Poi è stato il nostro turno».
Come funziona?
«Arrivano all’improvviso, salgono a bordo con il mitra in mano, pistola alla fondina. Ti ritrovi con un’arma all’altezza della faccia, mentre intimano di farti perquisire, identificarti, consegnare il cellulare. Dopo ci hanno obbligato a scendere sottocoperta e non muoverci da lì. Ad altri è andata peggio, sono stati costretti a rimanere a prua, sotto il sole per quasi nove ore».
Cosa si prova in circostanze del genere?
«Ero molto preoccupata. Speravo che non ci fosse un rumore improvviso che potesse scatenare una reazione, che nessuno perdesse la calma. D’altronde, con uomini armati a bordo non si può mai sapere che cosa può succedere».
Quando siete arrivati ad Ashdod?
«Dopo nove, dieci ore, forse di più. Ho perso il senso del tempo, l’ho recuperato solo quando sono rientrata in Italia. Dovremmo essere sbarcati ad Ashdod attorno alle 4 o le 5 del pomeriggio».
Cos’è successo lì?
«Siamo scesi sul molo e siamo rimasti ore ad aspettare. I soldati facevano foto e video con i cellulari. Quando siamo saliti sull’aereo tutti conoscevano le nostre facce. E non è stato piacevole: alcuni ci insultavano, altri ti guardavano male. Lo stesso è successo ad Ashdod: hai la sensazione netta di parlare con gente che ti odia. Abbiamo saputo che è arrivato Ben Gvir, ma ci avevano già portati via».
In cosa avete percepito ostilità?
«Per portarmi nel centro di smistamento due militari mi hanno presa per le braccia e strattonata. Una volta dentro ci hanno perquisiti ancora una volta, hanno rovistato nelle nostre borse e buttato via medicine ed effetti personali».
A lei hanno portato via qualcosa?
«Oltre al cellulare, in cui avevo anche le carte, e che non ci hanno mai più restituito, a me hanno tolto le medicine, l’igienizzante e la protezione solare. L’hanno trattata come se fosse la conferma che la nostra era una gita di piacere. Kefyie, sciarpe, simboli della Palestina, sono stati tutti buttati a terra e sequestrati».
Vi hanno spiegato perché?
«Non dicevano niente, oppure davano informazioni palesemente false. Ad un certo punto ci hanno intimato di lasciare ogni cosa perché saremmo stati trasferiti in carcere. Per tutti gli altri è stato effettivamente così, per noi è cambiato qualcosa ma ad oggi non sappiamo cosa sia successo».
Vi è stato permesso di parlare con i legali?
«Ad alcuni hanno detto di no, ad altri, mi hanno riferito, è stato dato un telefono che non funzionava. Abbiamo chiesto di contattare i nostri familiari e hanno detto no. Di avere assistenza consolare, anche quello no».
Come si fa a mantenere la lucidità?
«Inizialmente non ci sono riuscita, mi sentivo frastornata. Non potevo parlare con gli altri, anche se erano davanti a me. Abbiamo fatto dei training, sapevamo a cosa saremmo andati incontro ma nella realtà è tutto molto più caotico».
Avete subito o assistito a violenze?
«Fisiche no, psicologiche sì. Gli israeliani erano inutilmente bruschi. Ho chiesto di prendere una felpa perché si gelava, l’aria condizionata era tenuta alla massima potenza e io ero in maglietta. Non mi hanno permesso neanche quello. Dopo è stato peggio».
Per quale motivo?
«Ci hanno fatto salire su una sorta di camionetta con dentro delle celle. Prima faceva caldissimo, poi si gelava, la gente stava male, ma era inutile chiamare o battere contro le sbarre. Non ti ascoltano. Ero con Annalisa Corrado. Ci hanno ordinato di salire e scendere varie volte: una per farci delle foto, altre per fare dei video, poi per trasferirci su altri mezzi».
Difficile non perdere la calma.
«Io provavo a non pensare, a dormire per far passare le ore, il freddo, la paura, ma anche quello non era facile».
Si è mai sentita in pericolo?
«Anche se in barca abbiamo avuto i mitra a poca distanza e siamo stati sequestrati in acque internazionali, è a terra che ho avuto davvero paura. Lì capisci che il diritto in Israele non esiste. Dopo il decollo, ho iniziato a sentirmi al sicuro».
Sapevate che sareste andati via solo voi?
«No, lo abbiamo capito solo dopo. Prima che ci portassero in caserma abbiamo chiesto degli altri italiani e ci hanno detto che forse sarebbero andati via tutti. Ma non li abbiamo mai visti arrivare e lì abbiamo capito che era l’ennesima strategia per confonderci».
Avete fatto leva sulle tutele che dà essere parlamentari?
«No. E non sarebbe servito. Quando hanno visto i nostri passaporti, hanno iniziato a prenderci in giro. “Diplomatic, diplomatic”, sghignazzavano».
Cosa farà adesso?
«Non avrò pace fin quando anche gli altri non saranno liberi e a casa».
Oggi sarà alla manifestazione?
«Spero di farcela. La Flotilla ha creato un senso di speranza, dato una risposta al senso di impotenza e spinto alla mobilitazione. Uno slancio che non si deve esaurire».