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Il giorno di Silvia Salis alla Leopolda dei sindaci: “L’unione la nostra forza”

La sindaca di Genova Silvia Salis alla Leopolda

 

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Nella vecchia stazione fiorentina sfilano i primi cittadini di centrosinistra. Renzi lavora alla “casa dei riformisti”
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FIRENZE – Chi parla della Leopolda 13 come il canto del cigno di Italia viva, il partito fondato da Matteo Renzi con l’obiettivo di svuotare il Pd, non conosce Matteo Renzi. Ora che il progetto originario è chiaramente fallito, il suo leader se n’è messo in testa un altro, persino più ambizioso: trasformare il cigno morente in una fertilissima cicogna, capace di portare in dote a un’alleanza progressista priva di moderazione i voti centristi e liberali.

Casa Riformista, l’ha chiamata. Tenuta a battesimo proprio qui, nella vecchia stazione ferroviaria di Firenze, dove tutto è cominciato: l’ascesa fino a Palazzo Chigi e la discesa da fuoriuscito dem in lotta per la sopravvivenza politica. L’ex premier non è uno sprovveduto, quando ha capito che da solo non ce l’avrebbe fatta, ha deciso di allargare: di iniettare in questo nuovo “contenitore” — ancora in fase di prototipo — una poderosa dose di facce nuove, civici, sindaci under 40 (ma pure i cinquantenni vanno bene). Facendoli sfilare …

FIRENZE – Chi parla della Leopolda 13 come il canto del cigno di Italia viva, il partito fondato da Matteo Renzi con l’obiettivo di svuotare il Pd, non conosce Matteo Renzi. Ora che il progetto originario è chiaramente fallito, il suo leader se n’è messo in testa un altro, persino più ambizioso: trasformare il cigno morente in una fertilissima cicogna, capace di portare in dote a un’alleanza progressista priva di moderazione i voti centristi e liberali.

Casa Riformista, l’ha chiamata. Tenuta a battesimo proprio qui, nella vecchia stazione ferroviaria di Firenze, dove tutto è cominciato: l’ascesa fino a Palazzo Chigi e la discesa da fuoriuscito dem in lotta per la sopravvivenza politica. L’ex premier non è uno sprovveduto, quando ha capito che da solo non ce l’avrebbe fatta, ha deciso di allargare: di iniettare in questo nuovo “contenitore” — ancora in fase di prototipo — una poderosa dose di facce nuove, civici, sindaci under 40 (ma pure i cinquantenni vanno bene). Facendoli sfilare come in un talent show nella navata centrale dell’ex scalo ferroviario per misurare con l’applausometro il loro gradimento.

Altro che passo di lato. «La casa riformista c’è se Italia viva la costruisce, senza Iv non c’è casa riformista. Non ci rottamiamo per niente», taglia corto il senatore di Scandicci nei panni del regista. «Però è importante che non ci siano protagonismi, innanzitutto da parte nostra», precisa. Rilanciando «quel che ha detto ieri il sindaco di Milano Beppe Sala: facciamo una convenzione riformista». Una sorta di assemblea costituente, con chi ci sta. «Oggi qui vedrete tante persone diverse con storie diverse, e tutte queste persone possono dare una mano», insiste Renzi, ritagliandosi anche il ruolo di cerniera fra maggioranza e opposizioni. A differenza di Elly Schlein, lui alla sua festa ha invitato tanti ministri: Matteo Piantedosi, Guido Crosetto, Giuseppe Valditara. È così che si fa politica, il messaggio: serve il dialogo, lo scontro non paga. «Io darò una mano», promette: «Sono certo che anche gli altri partiti, sindaci, amministratori, esponenti della società civile faranno altrettanto».

Chiaro il progetto. E pure la sua fisionomia. Fra gli invitati sul palco sono ben tre quelli indicati, a turno, ora come federatori del centrosinistra, ora come leader della galassia riformista, addirittura come candidati premier del campo largo. Quattro, se si aggiunge Sala. E sono ovazioni per tutti. Anche se il più fragoroso va a Stefano Bonaccini che elogia l’Europa e attacca Giorgia Meloni: «Fra due anni l’Italia sarà peggiore di oggi. Non avremo tantissimo tempo, ma ce n’è a sufficienza per costruire un’alternativa e trovare i candidati migliori per guidarla. Il Pd da solo non ce la fa, ma senza il Pd non c’è nessuna possibilità per la nostra coalizione di battere la destra».

E allora eccoli i papabili. Roberto Gualtieri, il sindaco di Roma che ha preteso di intervenire per primo, in ordine di importanza. Il collega di Napoli Gaetano Manfredi che rivendica: «Siamo riformisti. Oggi la politica è fatta di annunci, di post sui social: abbiamo bisogno di una politica che parli alle persone. Se non c’è equità, giustizia sociale, non c’è futuro per nessuno». Infine lei, Silvia Salis, la sindaca di Genova ormai diventata nuova icona progressista. Tirata spesso per la giacchetta, lei non si sottrae: a destra, a sinistra, ma soprattutto al centro. Che però Renzi non guarda più con entusiasmo: le aveva chiesto di aprire la kermesse, ma l’ex martellista ha declinato, non vuole etichette addosso. E al mattino, prima che arrivasse qui, ha anche partecipato a un’iniziativa di Avs a fianco di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli.

Salis vola altissimo, come se già inseguisse un altro traguardo. Parla di futuro «perché ho meno di 40 anni e un figlio di due», spiegando che occorrerebbe dedicargli un ministero. Poi rilancia, propone la sua città come laboratorio: «L’unione è stata la forza del progetto a Genova e l’unione è la forza della classe dirigente progressista che la destra non ha», scandisce. «Nel passato la corsa alla differenziazione ci ha fatto male, bisogna concentrarsi su quello che unisce. Noi l’abbiamo fatto, funziona, ve lo consiglio». E per far capire che intenzioni ha chiude con lo slogan con cui ha vinto le elezioni: «Anche se qualcuno non se n’è accorto, è già domani».

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