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“Farò ricerca a Roma ma non dimentico i miei studenti a Gaza”

La famiglia al-Kaisi a Gaza prima della guerra 

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Intervista ad Ata Kaisi, professore di sanità pubblica arrivato a Roma per fare ricerca alla Sapienza. “Ho lasciato nella Striscia mia moglie e i tre figli. Ora spero solo di rivederli. La gente ormai non ha più paura di Hamas. Li criticano apertamente anche per strada”
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“Le bandiere palestinesi al mio arrivo a Roma, ecco la cosa che mi ha colpito di più. A Gaza ci arrivavano notizie del sostegno internazionale, ma toccarlo con mano è stato diverso”. Prima di raggiungere l’Italia però Ata Kaisi ha dovuto attraversare i due minuti più difficili della sua vita. “Pensavo che il visto comprendesse anche la mia famiglia. Quando l’addetto del consolato italiano a Gerusalemme mi ha detto che potevo partire, ma senza mia moglie e i tre figli, e che aveva solo due minuti per aspettare al telefono la mia decisione, mi è crollato il mondo addosso. Ho vissuto due anni di guerra, ma quello è stato il momento più duro”.

Come è andata?

“Vai, ha detto mia moglie. Ho provato a resistere. Vai, ha insistito lei. E io ho accettato, anche se voleva dire lasciare la mia famiglia in guerra a Gaza. Ci siamo salutati in una tenda, facendo colazione insieme con una scatoletta di tonno. Sono convinto che il destino ci farà rincontrare, ma per il momento la lontananza è molto du…

“Le bandiere palestinesi al mio arrivo a Roma, ecco la cosa che mi ha colpito di più. A Gaza ci arrivavano notizie del sostegno internazionale, ma toccarlo con mano è stato diverso”. Prima di raggiungere l’Italia però Ata Kaisi ha dovuto attraversare i due minuti più difficili della sua vita. “Pensavo che il visto comprendesse anche la mia famiglia. Quando l’addetto del consolato italiano a Gerusalemme mi ha detto che potevo partire, ma senza mia moglie e i tre figli, e che aveva solo due minuti per aspettare al telefono la mia decisione, mi è crollato il mondo addosso. Ho vissuto due anni di guerra, ma quello è stato il momento più duro”.

Come è andata?

“Vai, ha detto mia moglie. Ho provato a resistere. Vai, ha insistito lei. E io ho accettato, anche se voleva dire lasciare la mia famiglia in guerra a Gaza. Ci siamo salutati in una tenda, facendo colazione insieme con una scatoletta di tonno. Sono convinto che il destino ci farà rincontrare, ma per il momento la lontananza è molto dura. Prima di partire ho fatto il possibile, lasciandogli due sacchi di farina, otto pacchi di pasta, una confezione di feta e due chili di lenticchie”.

Lei è un professore di sanità pubblica e malattie infettive al Collegio Universitario di Scienza e Tecnologia, a Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza. E’ appena arrivato a Roma, dove lavorerà per tre mesi come visiting professor all’università La Sapienza nell’ambito del Bando di Ateneo di Solidarietà per la ricerca e la didattica approvato lo scorso maggio dall’università. Insieme a lei altri 38 docenti e studenti hanno lasciato Gaza nell’ambito del programma Iupals (Italian Universities for Palestinian Students) e sono distribuiti in vari atenei italiani grazie all’impegno dei rettorati e del Ministero dell’Università. Come sarà la sua vita a Roma?

“Farò ricerca con i colleghi della Sapienza e collaborerò all’insegnamento, ma non dimenticherò i miei studenti a Gaza. Continuerò a far lezione anche con loro”.

In che modo?

“Via cellulare. Whatsapp e Telegram in parte funzionano nella Striscia. Alcuni studenti e colleghi sono morti nella guerra, ma molti continuano a seguire le mie lezioni. Trovare internet non è sempre facile. Esistono zone dove c’è campo, ma bisogna raggiungerle a piedi e sono controllate dai soldati israeliani, che sparano o bombardano se vedono avvicinarsi persone che considerano sospette. Dei quasi mille studenti della mia facoltà, circa un terzo riesce a collegarsi alle lezioni”.

I suoi tre figli come fanno a imparare?

“Il 7 ottobre 2023 la mia bambina più piccola doveva iniziare le elementari. Eravamo tutti emozionati. Stava per passare il pulmino quando abbiamo sentito le prime notizie confuse. Capita spesso a Gaza di ricevere avvertimenti in caso di disordini e la reazione immediata è sempre lasciare i bambini a casa. Non avevamo idea che la scuola non avrebbe mai più riaperto. Nessuno nella Striscia si aspettava quel che sarebbe successo quel giorno”.

La figlia di 7 anni di Ata al-Kaisi studia per strada a Gaza 

Oltre a tutto il resto, nella Striscia manca anche l’istruzione?

“C’è qualche lezione online anche per le elementari. L’Autorità Palestinese da Ramallah chiede ad alcuni insegnanti della Cisgiordania di lavorare il pomeriggio per insegnare ai bambini nella Striscia. Mia figlia ha studiato anche in mezzo alla strada. Quando a giugno sono iniziate le mie procedure per venire in Italia, lei pensava di accompagnarmi. Abbiamo scaricato sul cellulare un programma di italiano per iniziare subito a studiare. Poi c’è stata la scoperta che sarei partito da solo. Ma papà è inutile imparare, mi ha detto mia figlia. Io però non permetto che si scoraggi e le racconto che sto facendo di tutto perché mi raggiungano. I bambini non devono restare mai senza una speranza”.

Lei come è riuscito a diventare docente universitario nella Striscia assediata?

“Ho 57 anni, ho studiato nella città di Gaza e mi sono specializzato nelle Filippine. Nel 1998 sono tornato e ho iniziato a insegnare nel Collegio Universitario di Khan Yunis. Quando Hamas ha preso il potere nella Striscia, nel 2006, sono iniziati i problemi. Il nostro istituto è finanziato dall’Autorità Palestinese a Ramallah. Io e i miei colleghi eravamo chiamati la gente di Ramallah e siamo stati costretti a lasciare l’insegnamento. Sono sopravvissuto lavorando per alcune ong, ma spesso gli uomini di Hamas mi fermavano per strada per interrogarmi e ammonirmi. Una volta hanno resettato il computer, distruggendo tutte le mie ricerche. Per 9 anni, 9 mesi e 9 giorni ho fatto questa vita. Poi Hamas e l’Autorità Palestinese hanno raggiunto un accordo per riconoscere il mio istituto. Così sono tornato al lavoro, ma sempre con superiori nominati da Hamas e ricevendo solo una frazione dello stipendio”.

Al-Kaisi alla Sapienza 

Poi è arrivata la guerra.

“Siamo stati sfollati 23 volte, sbattuti ovunque come delle borse. Una volta abbiamo trascorso 19 giorni nascosti in una casa con pochissimo cibo e i soldati fuori pronti a sparare, mentre i droni monitoravano ogni movimento per le strade e dalle finestre. Ci è capitato di pagare 40 euro un pomodoro e mille euro un sacco di riso. Siamo riusciti a un certo punto a tornare nella nostra casa a Gaza, ma solo per trovarla devastata e sfregiata dagli spari. Sembra che perfino i muri siano i loro nemici. Accanto a noi erano venute ad abitare famiglie sconosciute, sfollate da chissà dove. Se fra loro si fosse nascosto qualcuno sospettato da Israele, di sicuro ci avrebbero bombardato. Anche comprare un cellulare usato è pericoloso. Se è appartenuto a una persona ricercata basta accenderlo per essere presi di mira e uccisi”.

Ha conservato la chiave di casa?

“Certo, la tiene mia moglie. La conserveremo sempre, anche se ormai l’appartamento è ridotto a poche mura inabitabili. Non so se Gaza tornerà mai vivibile. Di certo non prima di molti, molti anni”.

Ha perso qualcuno nella guerra?

“Mia sorella è morta in un bombardamento a Gaza, insieme a 14 membri della sua famiglia. Era la fine di ottobre del 2023, pochi giorni dopo l’inizio della guerra. Solo una sua figlia si è salvata. Ora vive con lo zio negli Stati Uniti. Due mie sorelle e mio padre di 81 anni sono fuggiti in Egitto, pagando 5mila dollari ciascuno per i permessi. Due fratelli restano a Gaza”.

Cosa pensa oggi la gente di Hamas?

“Ha perso la paura e non esita più a criticarla in strada. Gli abitanti di Gaza si chiedono che diritto abbiano queste persone, salite al potere con un colpo di stato, di imporre morte e guerra con le loro scelte non condivise. Dicono di voler liberare la Palestina, ma nessuno gli ha mai conferito questo mandato”.

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