✕

Il caso Almasri non è chiuso. Ministri non processati, i legali delle vittime: ricorso alla Consulta

I ministri della Giustizia e dell'Interno, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, la premier Meloni e il sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano (ansa)

Ascolta l'audio

Il voto del Parlamento ha negato l’autorizzazione a procedere contro Piantedosi, Nordio e il sottosegretario Mantovano. “Il voto di maggioranza calpesta la Costituzione e la legalità internazionale” spiega gli avvocati Romeo e Bitonti
2 minuti di lettura

Destiny, la chiameremo così, è stata stuprata per mesi, nella prigione di Mitiga. Il generale Almasri, prima. E poi i suoi uomini. Lam invece è stato picchiato e torturato per settimane. Da Almasri personalmente. «Oggi lo avete fatto di nuovo», dicono, commentando il voto del Parlamento che ieri ha negato l’autorizzazione a procedere contro i ministri Matteo Piantedosi, Carlo Nordio e il sottosegretario Alfredo Mantovano. Per questo i loro legali – l’avvocata Angela Maria Bitonti e l’avvocato Francesco Romeo, entrambi costituiti nel procedimento in quanto parti danneggiate – hanno già annunciato che non finirà così. E che impugneranno la decisione della Camera a larghissima maggioranza di impedire il processo ai tre esponenti del governo dopo che il Tribunale dei ministri aveva già chiesto l’archiviazione per la premier Giorgia Meloni.

«Il voto di maggioranza calpesta la Costituzione e la legalità internazionale» spiega infatti l’avvocato Romeo. «Nel nostro ordinamento non esistono, n…

Destiny, la chiameremo così, è stata stuprata per mesi, nella prigione di Mitiga. Il generale Almasri, prima. E poi i suoi uomini. Lam invece è stato picchiato e torturato per settimane. Da Almasri personalmente. «Oggi lo avete fatto di nuovo», dicono, commentando il voto del Parlamento che ieri ha negato l’autorizzazione a procedere contro i ministri Matteo Piantedosi, Carlo Nordio e il sottosegretario Alfredo Mantovano. Per questo i loro legali – l’avvocata Angela Maria Bitonti e l’avvocato Francesco Romeo, entrambi costituiti nel procedimento in quanto parti danneggiate – hanno già annunciato che non finirà così. E che impugneranno la decisione della Camera a larghissima maggioranza di impedire il processo ai tre esponenti del governo dopo che il Tribunale dei ministri aveva già chiesto l’archiviazione per la premier Giorgia Meloni.

«Il voto di maggioranza calpesta la Costituzione e la legalità internazionale» spiega infatti l’avvocato Romeo. «Nel nostro ordinamento non esistono, né possono esistere, zone franche o d’impunità per chi ricopre cariche di governo. Insieme al collega Antonello Ciervo, chiederemo al Tribunale dei ministri di sollevare conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato davanti alla Corte costituzionale, per ristabilire il principio sancito dalla nostra Carta: spetta all’autorità giudiziaria il potere di applicare la legge e garantire così la celebrazione del processo nei confronti di Nordio, Piantedosi e Mantovano». L’avvocata Bitonti aveva già segnalato come sentenze della Corte spieghino chiaramente come il voto di non autorizzazione a procedere debba essere ben motivato.

«I due ministri, il sottosegretario e la presidente Meloni, che ha più volte rivendicato pubblicamente la decisione, hanno scelto di sottrarre il torturatore Almasri alla consegna e al processo davanti alla Corte penale internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità, rimandandolo in Libia con un volo di Stato» continua Romeo. «I fatti sono incontrovertibili, e le azioni compiute per riportare Almasri in Libia costituiscono, secondo il Tribunale dei ministri, reati di omissione di atti d’ufficio, favoreggiamento e peculato». La Camera ha però ritenuto che il tutto sia stato fatto per «tutelare interessi costituzionalmente rilevanti e preminenti interessi pubblici, come la salvaguardia dell’incolumità dei cittadini italiani in Libia». «Una giustificazione – continua Romeo – che non trova riscontro nel diritto: gli interessi costituzionalmente rilevanti perseguiti dai ministri e dal sottosegretario devono infatti essere considerati alla luce degli obblighi internazionali vincolanti che derivano dalla Costituzione, dove si parla di un dovere di dare esecuzione ai mandati di arresto internazionale emessi dalla Corte penale internazionale». «Le ipotetiche minacce all’incolumità dei cittadini italiani in Libia» a cui hanno fatto riferimento i ministri nelle loro difese e poi la maggioranza nella relazione votata dal Parlamento, erano secondo i legali delle vittime di Almasri, «del tutto inconsistenti. Lo stesso capo dell’Aise Caravelli – dicono – ha dichiarato al tribunale che non esistevano elementi per ritenere che vi fossero rischi concreti di attentati o rappresaglie. Negando l’autorizzazione a procedere la maggioranza parlamentare ha dunque sottratto i due ministri e il sottosegretario a un processo davanti a un tribunale, violando così il principio di uguaglianza di fronte alla legge».

Da qui la decisione di ricorrere alla Corte. La storia, dunque, non è finita.

Leggi i commenti