Il titolo del testo riporta “Modifiche al Codice della strada”. Ma la battaglia, in realtà, è tutta ideologica. Il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato Lucio Malan e il collega di partito Salvo Pogliese, ex sindaco di Catania, hanno depositato un emendamento al disegno di legge Concorrenza – in esame a Palazzo Madama – per abolire il divieto di affiggere manifesti discriminatori ai bordi delle strade e sui veicoli.
La proposta è stata accolta dalle proteste delle opposizioni e dal silenzio degli alleati di coalizione. Persino tra gli stessi meloniani nessuno si è affrettato a difendere l’iniziativa del capogruppo. E l’imbarazzo ora sfiora anche l’esecutivo: in commissione Industria a Palazzo Madama, quando l’emendamento verrà discusso, il governo dovrà dare parere positivo o negativo. L’iter riprende martedì, ma per arrivare al voto sul testo potrebbe volerci più tempo. «La priorità ora è chiudere il ddl sulle piccole e medie imprese», spiega il sottosegretario alle Imprese del M…
Il titolo del testo riporta “Modifiche al Codice della strada”. Ma la battaglia, in realtà, è tutta ideologica. Il capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato Lucio Malan e il collega di partito Salvo Pogliese, ex sindaco di Catania, hanno depositato un emendamento al disegno di legge Concorrenza – in esame a Palazzo Madama – per abolire il divieto di affiggere manifesti discriminatori ai bordi delle strade e sui veicoli.
La proposta è stata accolta dalle proteste delle opposizioni e dal silenzio degli alleati di coalizione. Persino tra gli stessi meloniani nessuno si è affrettato a difendere l’iniziativa del capogruppo. E l’imbarazzo ora sfiora anche l’esecutivo: in commissione Industria a Palazzo Madama, quando l’emendamento verrà discusso, il governo dovrà dare parere positivo o negativo. L’iter riprende martedì, ma per arrivare al voto sul testo potrebbe volerci più tempo. «La priorità ora è chiudere il ddl sulle piccole e medie imprese», spiega il sottosegretario alle Imprese del Made in Italy Massimo Bitonci.
La norma
La norma che FdI punta a cancellare è stata introdotta nel 2021 durante il governo Draghi con un emendamento a prima firma dell’allora senatrice Pd Alessia Rotta e di Raffaella Paita di Italia viva. Nello specifico, vieta “sulle strade e sui veicoli qualsiasi forma di pubblicità il cui contenuto proponga messaggi sessisti o violenti o stereotipi di genere offensivi o messaggi lesivi del rispetto delle libertà individuali, dei diritti civili e politici, del credo religioso o dell'appartenenza etnica oppure discriminatori con riferimento all'orientamento sessuale, all'identità di genere o alle abilità fisiche e psichiche”. Per Malan “una leggina Zan”, usata per rivalersi, all’epoca, sulla bocciatura del disegno di legge contro l’omotransfobia.
La polemica
Per il Pd e Iv è un inaccettabile “ritorno nel passato”, per il M5s “un segnale scriteriato”, Avs lo definisce “uno scandalo”. Il centrosinistra fa muro, ma il promotore Malan al passo indietro non ci pensa proprio, e anzi contrattacca: “Difendono una norma con la quale hanno censurato manifesti contro l’indottrinamento gender nelle scuole, contro la pratica di privare i bambini della madre, contro la barbarie dell’utero in affitto e altro”. Non solo, lamenta il presidente dei senatori meloniani, “hanno anche censurato manifesti contro i borseggiatori e gli occupanti abusivi di case” e “a suo tempo avevano persino censurato il manifesto: ‘I bambini sono maschi - Le bambine sono femmine’”. Tutti esempi, quest’ultimi, di cartellonistica stradale firmata da Pro Vita & Famiglia, l’associazione ultra-conservatrice e anti-abortista alla quale il senatore Lucio Malan è da sempre molto vicino.
Pro Vita e i precedenti
E infatti il gruppo di Jacopo Coghe, ancora ieri, plaudeva alla proposta del capogruppo meloniano, denunciando in una nota “atti vandalici contro i manifesti affissi a Roma in memoria di Charlie Kirk a un mese dall'omicidio dell'attivista americano” (eventualità che pure nulla ha a che fare con la norma in vigore né con la proposta di abolizione).
Diversi sono i casi di cartelloni di Pro Vita rimossi dai comuni. Nel 2022 l’amministrazione di Roma Capitale è intervenuta contro una campagna “anti-gender”. Una delle immagini rappresentava un bambino imbronciato con intorno una mano che gli allunga un rossetto e un’altra che si avvicina con un fiocco. In un’altra un alunno con una scarpa con il tacco è affiancato dalla scritta: “Basta confondere l’identità sessuale dei bambini nella scuole”. Dal ricorso di Pro Vita è nato un contenzioso chiuso solo nell’estate 2025 con una sentenza del Consiglio di Stato che ha giudicato legittima la rimozione dei manifesti considerati discriminatori. A giugno di quest’anno, anche il comune di Rimini ha respinto la richiesta dell’associazione ultra-conservatrice di affiggere manifesti dai contenuti simili.
Sempre a Roma il comune, a luglio, ha imposto la rimozione di una campagna leghista: immagini generate con l’intelligenza artificiale ritraevano rom e persone di colore nell’atto di delinquere.