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Lotti: “Solo nel 2001 così tante persone alla marcia Perugia-Assisi, la gente si è stufata”

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Il presidente della Fondazione Perugia-Assisi: “C’è una sensazione di pericolo reale: la guerra si avvicina, come ci dicono Nato e von der Leyen”
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PERUGIA – «Tutti quelli che amano la pace non possono che essere felici di questa partecipazione». A fine giornata, il presidente della Fondazione Perugia-Assisi, Flavio Lotti, esulta. Da anni è l’anima della marcia e la memoria storica: «Ne ho fatte 25 su 27».

Ieri ha detto che non le piace dare i numeri, ma un corteo così non lo vedeva dal 2001.

«Credo ci fosse anche più gente di allora: un corteo impenetrabile».

Che marcia era stata 24 anni fa?

«Scendemmo in piazza il 14 ottobre. Sette giorni prima gli Usa avevano invaso l’Afghanistan. Fu la grande risposta di massa a una reazione considerata sbagliata dopo l’11 settembre».

Ieri si è visto qualche cartello contro Trump, allora ce n’erano di più contro Bush, lei però ha sempre rifiutato l’etichetta di manifestazioni anti-americane.

«Nel 2001 eravamo filo-americani, scioccati dall’attentato delle Torri gemelle. Certo c’erano molte anime in piazza, come oggi, c’erano anche gli attivisti che venivano dal G8 di Genova, ma il filo tra le…

PERUGIA – «Tutti quelli che amano la pace non possono che essere felici di questa partecipazione». A fine giornata, il presidente della Fondazione Perugia-Assisi, Flavio Lotti, esulta. Da anni è l’anima della marcia e la memoria storica: «Ne ho fatte 25 su 27».

Ieri ha detto che non le piace dare i numeri, ma un corteo così non lo vedeva dal 2001.

«Credo ci fosse anche più gente di allora: un corteo impenetrabile».

Che marcia era stata 24 anni fa?

«Scendemmo in piazza il 14 ottobre. Sette giorni prima gli Usa avevano invaso l’Afghanistan. Fu la grande risposta di massa a una reazione considerata sbagliata dopo l’11 settembre».

Ieri si è visto qualche cartello contro Trump, allora ce n’erano di più contro Bush, lei però ha sempre rifiutato l’etichetta di manifestazioni anti-americane.

«Nel 2001 eravamo filo-americani, scioccati dall’attentato delle Torri gemelle. Certo c’erano molte anime in piazza, come oggi, c’erano anche gli attivisti che venivano dal G8 di Genova, ma il filo tra le due piazze fu più una trovata mediatica perché si temevano tensioni, reazioni della polizia. La marcia non la chiamavo no global ma new global perché avevamo in testa un’altra idea di globalizzazione. Certo, la guerra in Afghanistan generò una condanna. E anche adesso chi si aspettava meno manifestanti dopo la tregua a Gaza, ha sbagliato previsione. Abbiamo gioito tutti, ma il piano di Trump non è un piano di pace e un presidente che dichiara Chicago e Portland zone di guerra fa capire che la democrazia è in bilico. E scatena un contraccolpo».

Per lei cos’ha portato in piazza in Italia così tante persone?

«Anzitutto una sensazione di pericolo reale: la guerra che si avvicina davvero, come ci dicono anche la Nato e Ursula von der Leyen. E poi le persone sono stufe dell’inazione dei governi: dopo tre anni e mezzo di conflitto in Ucraina e due in Palestina qualcosa si è rotto. E si è ritrovata la determinazione nel prendere parola. Se i governi non fanno nulla, allora tocca noi, abbiamo noi la responsabilità della pace, a Gaza, a Kiev come in Kurdistan, in Siria, in Libano, in Libia, in Sudan, in Somalia. Anche il nostro governo è sotto accusa, la propaganda non basta più: non c’è pregiudizio politico, c’è un giudizio su quel che l’esecutivo fa e cioè troppo poco per chi vuole ricostruire una coscienza, una cultura e una politica di pace».

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