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Guerini: “L’alleanza vince con il Pd baricentro. Schlein parli ai moderati”

Lorenzo Guerini

 

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L’esponente dem: “Basta rinchiudersi in fortini identitari. Dobbiamo allargare la nostra proposta”
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Onorevole Lorenzo Guerini, qual è la lezione che arriva dall’ampia vittoria toscana?

«Che una leadership riconosciuta, un Pd baricentro dell’alleanza, una coalizione larga e un programma di governo credibile e ambizioso fanno la differenza. Tutto questo è avvenuto intorno alla candidatura di Eugenio Giani che alcuni mesi fa, ricordo, qualche temerario avrebbe voluto mettere in discussione».

Giani ce l’avrebbe fatta anche senza il M5S: il flop la preoccupa, anche in prospettiva nazionale?

«Sono contro i ragionamenti aritmetici. È evidente che il M5S nelle elezioni locali soffre molto e ancor più quando è in coalizione a sostegno di candidati espressi da altri partiti. In Toscana, inoltre, l’appoggio a Giani è giunto dopo un confronto complicato al loro interno. Le Politiche però sono un’altra cosa e lì il voto al M5S è più strutturato e stabile».

Si vince al centro?

«Si vince con un’alleanza solida, focalizzata sulle priorità dei cittadini: potere d’acquisto delle famiglie, lavoro, c…

Onorevole Lorenzo Guerini, qual è la lezione che arriva dall’ampia vittoria toscana?

«Che una leadership riconosciuta, un Pd baricentro dell’alleanza, una coalizione larga e un programma di governo credibile e ambizioso fanno la differenza. Tutto questo è avvenuto intorno alla candidatura di Eugenio Giani che alcuni mesi fa, ricordo, qualche temerario avrebbe voluto mettere in discussione».

Giani ce l’avrebbe fatta anche senza il M5S: il flop la preoccupa, anche in prospettiva nazionale?

«Sono contro i ragionamenti aritmetici. È evidente che il M5S nelle elezioni locali soffre molto e ancor più quando è in coalizione a sostegno di candidati espressi da altri partiti. In Toscana, inoltre, l’appoggio a Giani è giunto dopo un confronto complicato al loro interno. Le Politiche però sono un’altra cosa e lì il voto al M5S è più strutturato e stabile».

Si vince al centro?

«Si vince con un’alleanza solida, focalizzata sulle priorità dei cittadini: potere d’acquisto delle famiglie, lavoro, crescita, sanità, sicurezza. Una domanda incalzante di protezione a cui rispondere. Con proposte serie e parlando a tutti, specie a quelli che non votano: inclusi i potenziali elettori “di centro” che faticano a riconoscersi nell’attuale offerta politica fatta di una rissa continua che infiamma le tifoserie, ma stanca larga parte degli italiani».

Cosa manca al campo largo per essere davvero competitivo con il centrodestra?

«Bisogna passare dalla necessaria unità delle opposizioni, che però da sola non basta, alla creazione di una vera alternativa di governo rispetto all’attuale. Senza nascondere le distanze su alcuni temi, su cui confrontarsi con coraggio e responsabilità: altrimenti, più prima che poi, sarà la realtà a presentare il conto».

Lo dite tutti, senza spiegare come. Serve un chiarimento con gli alleati, a iniziare dalla politica estera? E magari un congresso Pd?

«Sulla politica estera bisogna essere chiari, discutendo con serietà. Su Ucraina, Europa e difesa comune non ci possono essere ambiguità nelle posizioni dell’alleanza. Quanto al Pd, se ne discuterà nelle sedi opportune, a partire dalla Direzione, a viso aperto. E il congresso si farà a prescindere: è previsto dal nostro statuto».

Il Pd si è troppo schiacciato a sinistra?

«La leadership di Schlein ha sicuramente spostato più a sinistra l’asse del partito. Interpretando una domanda esistente, figlia della fase politica degli ultimi anni. Aver governato in momenti complicati è stato giusto verso il Paese, ma ci ha fatto pagare un prezzo. E Elly ha rappresentato un passaggio di cambiamento utile. Ma ciò non significa che dobbiamo “rinchiuderci” in un fortino identitario. Anzi, dobbiamo allargare la nostra proposta e continuare a guardare anche ad un elettorato che ha sempre visto nel Pd il partito della responsabilità, che dà il tono di affidabilità all’intera alleanza».

Il 24 l’area riformista si riunirà a Milano: sancirà la nascita di una minoranza interna che faccia il controcanto a Schlein?

«Detesto il controcanto. E non ho intenzione di praticarlo. A Milano ragioneremo di crescita, welfare, Europa. Ascolteremo voci fuori dalla politica, dando un contributo al Pd. Non bisogna aver paura della discussione. Anche perché l’unanimismo di facciata alimenta solo i mormoratori, di cui è bene diffidare. Meglio una dialettica vera, ma condotta con lealtà».

Se, come sembra, la nuova legge elettorale conterrà l’indicazione del candidato premier, il centrosinistra come lo sceglierà? Con primarie di coalizione, spetterà al leader del Pd o serve un federatore alla Prodi?

«Se la legge elettorale si farà, le primarie sono una possibilità. Prima però costruiamo un’alleanza ampia e coesa: siamo sulla strada, ma c’è ancora da camminare».

La tregua in Medio Oriente si trasformerà in pace duratura? Non dobbiamo ringraziare Trump?

«Credo sia l’augurio di tutti. La tregua è un passo importante, impensabile alcune settimane fa. Ma potrà diventare pace duratura se tutti sapranno impegnarsi in tal senso. Trump? Non mi sfugge il significato della domanda, inviterei però a guardare con lucidità quanto accaduto in questi ultimi giorni, evitando interpretazioni emotive della realtà».

Qual è stato il ruolo dell’Italia?

«Non significativo, direi, come quello di tutta l’Europa».

Ha fatto bene Meloni a opporsi al riconoscimento della Palestina per non irritare il presidente Usa?

«No. Il riconoscimento sarebbe stato, nella fase più disperata per Gaza, un segno di speranza e un monito a Israele che l’Italia considera la prospettiva “due popoli, due Stati” come l’unica soluzione accettabile e praticabile».

Si ritrova nell’accusa della premier alla sinistra che sarebbe più fondamentalista di Hamas?

«Sono espressioni inaccettabili per chi governa il Paese e dovrebbe aver chiara l’importanza delle opposizioni in una democrazia».

La centralità di Meloni a Sharm, unica donna al summit, è il preludio di un nuovo protagonismo dell’Italia in Medio Oriente?

«Spero sinceramente in un recupero di protagonismo italiano, sia per i nostri interessi nazionali proiettati da sempre nel Mediterraneo; sia per rinvigorire una storica tradizione politica e diplomatica in quel quadrante».

Da ex ministro della Difesa, è d’accordo con l’invio dei nostri soldati nella Striscia?

«Sì, purché all’interno di un mandato delle Nazioni Unite e regole precise. Allo stato, però, siamo ancora in una fase preliminare. Quando avremo un quadro più nitido, auspico un confronto responsabile e convergente in Parlamento».

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