Sono mesi che ci provano. Ieri l’assalto finale, fallito però piuttosto miseramente.
È da prima dell’estate che la Lega ha messo nel mirino Roberto Sergio, il direttore generale della Rai che proprio Matteo Salvini aveva difeso quando, esattamente un anno fa, sulla poltrona di amministratore delegato venne insediato il meloniano Giampaolo Rossi e lui dovette arretrare di una casella. Il ticket al vertice rimase invariato, ancorché a parti invertite, consentendo tuttavia al Carroccio di conservare un posto nella stanza dei bottoni.
Da allora, molto è cambiato. Salvini ha infatti delegato l’intera partita Rai al sottosegretario Alessandro Morelli, che ha individuato nel sempiterno Antonio Marano (eletto in cda e poi diventato presidente facente funzione) il suo braccio armato. Quello incaricato, con le buone o con le cattive, di fare piazza pulita dei dirigenti non allineati o considerati poco fedeli alla linea del partito. E così quando Sergio — uomo-azienda di lungo corso — ha cominci…
Sono mesi che ci provano. Ieri l’assalto finale, fallito però piuttosto miseramente.
È da prima dell’estate che la Lega ha messo nel mirino Roberto Sergio, il direttore generale della Rai che proprio Matteo Salvini aveva difeso quando, esattamente un anno fa, sulla poltrona di amministratore delegato venne insediato il meloniano Giampaolo Rossi e lui dovette arretrare di una casella. Il ticket al vertice rimase invariato, ancorché a parti invertite, consentendo tuttavia al Carroccio di conservare un posto nella stanza dei bottoni.
Da allora, molto è cambiato. Salvini ha infatti delegato l’intera partita Rai al sottosegretario Alessandro Morelli, che ha individuato nel sempiterno Antonio Marano (eletto in cda e poi diventato presidente facente funzione) il suo braccio armato. Quello incaricato, con le buone o con le cattive, di fare piazza pulita dei dirigenti non allineati o considerati poco fedeli alla linea del partito. E così quando Sergio — uomo-azienda di lungo corso — ha cominciato a dire qualche no, rifiutandosi innanzitutto di fare la guerra all’ad Rossi che peraltro l’aveva formalmente nominato, si è consumata la rottura. Utile a centrare il vero obiettivo, ossia un regime change ai piani alti di Viale Mazzini: promuovere al suo posto Marco Cunsolo, direttore della produzione tv, ritenuto più affidabile.
Già un mese fa, nel primo consiglio di amministrazione post pausa estiva, Marano aveva contestato il doppio incarico del direttore generale, che dallo scorso novembre ricopre lo stesso ruolo nella partecipata San Marino Rtv, di cui aveva preso l’interim dopo le dimissioni di Andrea Vianello. «O l’una o l’altra, deve scegliere, non può far bene entrambe le cose, specie in questa fase di attuazione del piano industriale», l’obiezione mossa in Consiglio. Accolta però con stupore misto a ilarità, visto che proprio Marano è il re dei conflitti di interesse: oltre che presidente della Rai, è anche presidente della Confindustria radiotelevisiva e responsabile commerciale di Milano Cortina. Inserito nell’ordine del giorno di ieri, il punto è stato discusso a lungo, ma la Lega è finita in minoranza. Respinta con perdite.
«Il direttore generale è pregato di uscire», ha detto il presidente nel corso della seduta, invitando Sergio a lasciare la sala per evitare di “inquinare” il dibattito. Uno sgarbo che ha indispettito non poco gli altri consiglieri. Che hanno chiesto di guardare ai risultati ottenuti fin qui dal dg. Mentre i sindaci dell’azienda, insieme al giudice contabile, hanno ribadito l’assenza di qualsivoglia incompatibilità. A chiudere il discorso ci ha pensato l’amministratore delegato: «Sergio è assolutamente in grado di gestire i due ruoli», ha tagliato corto Rossi. A quel punto Marano non ha potuto far altro che prenderne atto. Rinviando a tempi migliori l’upgrade di Cunsolo, peraltro sotto indagine disciplinare perché — nel pieno del black-out tecnico che ha colpito le dirette Rai la notte di sabato fino a domenica mattina — lui si è reso irreperibile. Comparendo solo a guasto risolto.
Non è l’unica sberla ricevuta da Marano. Che ha anche votato (in splendida solitudine) contro la nomina di Angela Mariella a capo dell’Offerta informativa: un’altra dirigente di rito padano finita nel cono d’ombra di Morelli e perciò da punire. All’unanimità è invece passata Simona Sala, neodirettrice di Radio3 al posto del pensionando Andrea Montanari. L’assalto dei leghisti ortodossi al fortino Rai non è riuscito. Della serie: ritenta, sarai più fortunato. Forse.