Il normografo per le preferenze, stile prima Repubblica, non va più di moda ma Luca Zaia ha lanciato un gioco di parole per far ricordare agli elettori veneti cosa devono scrivere sulla scheda: «Dopo Zaia, vota Zaia». Dopo l’evento a Padova di due giorni fa, la macchina macina-consensi del governatore uscente si è messa a girare al massimo, l’imperativo è uno soltanto: travolgere ogni altro candidato, a partire da quell’Alberto Stefani destinato a prendere il suo posto, con uno tsunami di preferenze. Il fatto è che, nella Lega, è partito il tutti contro tutti e Zaia, dall’alto del suo gruzzolo elettorale, vuole ergersi sopra ogni altro rivale quando si arriverà al dies irae.
Un antipasto di quello che può accadere da qui alle prossime politiche lo si vedrà già martedì, al consiglio federale convocato a via Bellerio da Matteo Salvini. In molti prevedono un processo in contumacia al generale Roberto Vannacci che, pur essendo stato nominato vice da Salvini, non sarà presente alla riunion…
Il normografo per le preferenze, stile prima Repubblica, non va più di moda ma Luca Zaia ha lanciato un gioco di parole per far ricordare agli elettori veneti cosa devono scrivere sulla scheda: «Dopo Zaia, vota Zaia». Dopo l’evento a Padova di due giorni fa, la macchina macina-consensi del governatore uscente si è messa a girare al massimo, l’imperativo è uno soltanto: travolgere ogni altro candidato, a partire da quell’Alberto Stefani destinato a prendere il suo posto, con uno tsunami di preferenze. Il fatto è che, nella Lega, è partito il tutti contro tutti e Zaia, dall’alto del suo gruzzolo elettorale, vuole ergersi sopra ogni altro rivale quando si arriverà al dies irae.
Un antipasto di quello che può accadere da qui alle prossime politiche lo si vedrà già martedì, al consiglio federale convocato a via Bellerio da Matteo Salvini. In molti prevedono un processo in contumacia al generale Roberto Vannacci che, pur essendo stato nominato vice da Salvini, non sarà presente alla riunione «per impegni a Strasburgo». Di certo sarà la prima occasione in cui le tre Leghe che sono esplose dopo il disastro elettorale in Toscana - quella autonomista, quella di Vannacci e quella fedele a Salvini - potranno dirsele in faccia. Un autorevole membro del “partito del Nord”, ostile al generale del Col Moschin, si immagina che «Vannacci ne uscirà ridimensionato e così anche i suoi team». Ma andrà davvero così?
L’ala salviniana, ancora forte e certamente preponderante nell’unico organismo di vertice che si riunisce con regolarità, prevede invece che, al dunque, l’ala autonomista non avrà il coraggio di sollevare obiezioni. In queste ore tutti pretendono l’anonimato e una fonte vicino al segretario fornisce questa fotografia: «Il generale Vannacci è solo il capro espiatorio con cui se la prendono quelli che non hanno il coraggio di attaccare frontalmente Salvini. Ma chi potrebbe sostituire Matteo? Di certo Zaia non avrà mai il coraggio di farlo». Gli insuccessi alle regionali nelle Marche, dove il Carroccio ha perso il 15% in cinque anni, e in Toscana, con un meno 17%, hanno fatto deflagrare l’insofferenza che covava da tempo contro Salvini e contro la deriva nazional-sovranista impressa alla Lega, di cui la nomina di Vannacci come vicesegretario è stata il simbolo più vistoso. Già a Pontida i dissensi erano venuti fuori sul palco, davanti a tutti i militanti, quando anzitutto i capigruppo Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari avevano rivendicato i «valori» della vecchia Lega bossiana. Una linea, quella del Carroccio come sindacato del territorio, che esplicitamente Vannacci considera «superata».
Ma non c’è solo questo. Dietro il dissidio si nasconde anche il timore che il generalissimo abbia adottato la strategia del cuculo, quella di appropriarsi di un nido altrui per deporre le sue uova. «Mi dica un altro partito che consente a un suo vicesegretario di fare tessere per un’altra associazione politica», protesta un esponente della corrente del nord. Il riferimento è ai famosi team del Movimento Il mondo al contrario. Ne sono nati oltre 150 in tutta Italia, ognuno con il suo organigramma, e Vannacci ha l’ambizione di arrivare a 200 entro la fine dell’anno. «Già, ma per farci cosa?», si chiede un avversario interno. Il sospetto è che, dopo aver pianificato la sua elezione con la Lega alle ultime europee, l’ex ufficiale si stia preparando a lasciarla nel caso il partito finisca in mano ai rivali.
E Salvini intanto cosa fa? Dopo essersi giovato del mezzo milione di preferenze conquistato da Vannacci alle europee, in questa fase il segretario sta cercando di spegnere l’incendio provocato dal generale nel partito. «La parola d’ordine è ricostruire tutti insieme», ha detto Salvini a chi gli chiedeva lumi su quanto dirà martedì a via Bellerio. Il leader tenta la carta della pacificazione interna, consapevole che le prossime regionali potrebbe portare altre brutte notizie, come un ridimensionamento definitivo rispetto a Fratelli d’Italia, quasi inevitabile senza la spinta della lista Zaia. È proprio quello il passaggio stretto dove lo aspettano i governatori e gli autonomisti, «perché un conto è andare male in una regione rossa come la Toscana, altra cosa è essere marginalizzati in Veneto». Un amico del segretario osserva queste mosse e fornisce una spiegazione velenosa: «La verità è che quelli che sognano un ritorno a una piccola Lega del Nord hanno già pronto un accordo con Giorgia Meloni per garantirsi un futuro».
In questa vigilia di veleni, molti si chiedono infine cosa dirà il ministro più potente della Lega, Giancarlo Giorgetti. Ma i salviniani invitano a stare tranquilli, «a Pontida Giancarlo ha detto dal palco che bisogna rispettare la gerarchia». Non sarà lui a sferrare la prima pugnalata a Cesare.
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