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La Rai: “Ranucci siamo con te”, solidarietà dell’azienda dopo i tagli e i dispetti

Il giornalista Sigfrido Ranucci si affaccia dal balcone della redazione di Report

 (ansa)

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L’ad Rossi: “Un attacco a tutto il servizio pubblico”. Ma la trasmissione è da tempo nel mirino. La redazione: “Ci hanno isolato”
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ROMA – Nel giorno del «vile attentato», fra gli uffici di Via Teulada e gli studi di Saxa Rubra, i nemici di Sigfrido Ranucci sono tutti spariti. Dai piani alti fin giù negli scantinati, non se ne trova uno — fra colleghi, vertici aziendali, consiglieri, direttori di testata e sindacati — che manchi di solidarizzare, esprimere «massima vicinanza», ribadire con aria solenne: «La Rai non si farà intimidire». Come se l’ordigno esploso nel cortile di casa avesse disintegrato ogni rancore: anni di dispetti, sospetti e manovre per ridimensionare la storica trasmissione sgradita all’azionista di controllo. Ovvero, chi governa: oggi tuttavia impegnato, dalla premier in giù, nella gara a condannare il «grave gesto».

Il primo è stato l’ad Giampaolo Rossi, il me…

ROMA – Nel giorno del «vile attentato», fra gli uffici di Via Teulada e gli studi di Saxa Rubra, i nemici di Sigfrido Ranucci sono tutti spariti. Dai piani alti fin giù negli scantinati, non se ne trova uno — fra colleghi, vertici aziendali, consiglieri, direttori di testata e sindacati — che manchi di solidarizzare, esprimere «massima vicinanza», ribadire con aria solenne: «La Rai non si farà intimidire». Come se l’ordigno esploso nel cortile di casa avesse disintegrato ogni rancore: anni di dispetti, sospetti e manovre per ridimensionare la storica trasmissione sgradita all’azionista di controllo. Ovvero, chi governa: oggi tuttavia impegnato, dalla premier in giù, nella gara a condannare il «grave gesto».

Il primo è stato l’ad Giampaolo Rossi, il meloniano che con Report ha un conto aperto: «Ogni minaccia contro chi lavora per un’informazione libera e indipendente è un attacco al servizio pubblico», avverte di buon mattino, dopo aver chiamato il conduttore e imposto al Cda un cambio di programma. Nel pomeriggio seduta sospesa e tutti in processione — insieme al dg Roberto Sergio — sotto la redazione assediata dai cronisti in presidio. Per abbracciare Sigfrido in favor di telecamere e dirgli: «Siamo al tuo fianco». Mossa obbligata e però non scontata, visti i trascorsi: dimentichiamoci il passato, è il messaggio, stop a sgambetti e sgarbi reciproci. Anche se adesso, in un clima appesantito dall’angoscia per il pericolo scampato, è difficile prevedere se e quanto durerà.

Non è un mistero per nessuno: nella tv di Stato, dove a comandare è la maggioranza politica di turno, certe guerre si combattono non a colpi di comunicati o pacche sulle spalle, bensì di palinsesto. Il terreno sul quale — tra un cambio di messa in onda, un taglio di puntate, la sottrazione del potere di firma — da mesi si consuma una battaglia silenziosa tra Report e l’azienda che lo ospita. Con il volto del giornalismo d’inchiesta Rai precipitato da tempo in un limbo: troppo scomodo per essere celebrato, troppo popolare per essere cacciato. Basta mettere in fila i fatti. Il nuovo Cda a trazione fratello-leghista si è appena insediato quando arriva il primo anatema. A lanciarlo, il salviniano Antonio Marano che porta in consiglio la norma anti-Ranucci: chi ha un incarico dirigenziale, nel caso di specie la vicedirezione degli Approfondimenti, non può condurre un programma. L’ultimo avviso risale invece a questa estate, allorché dai palinsesti autunnali spunta la mannaia su Report: quattro puntate in meno. Da 28 a 24. «Non hanno avuto il coraggio di dirmelo in faccia», s’indigna Ranucci, adombrando la presenza di una manina che ha agito senza neppure avvertirlo.

A ben guardare, non è solo una questione di numeri. Ma di segnali. L’anno scorso, per far posto al talk di Giletti, la trasmissione era stata spostata dalla collocazione abituale del lunedì sera alla domenica. E poi, per coprire il buco lasciato da Serena Bortone, pure anticipata d’orario. Un balletto che aveva disorientato gli ascoltatori. Senza dimenticare le 196 fra querele e richieste di risarcimento ricevute. Gli insulti di una certa politica, memorabile quello di Ignazio La Russa: «Calunniatori schifosi!». Il procedimento disciplinare avviato per le ospitate a Otto e mezzo e Piazza pulita. O ancora l’ordine dell’ad per sfilare la responsabilità amministrativa di alcune funzioni — trasferte, contratti, acquisti, rapporti legali — ai responsabili dei programmi, quindi a Ranucci per Report. «Allineamento alle regole aziendali», la spiegazione dei vertici. La redazione però non ha dubbi: «È un’epurazione mascherata». Il primo a capirlo è proprio il conduttore. Che a luglio, come mai in trent’anni, decide di disertare la kermesse sui palinsesti: «Non partecipo a una vetrina in cui non mi riconosco più». Badando a non smentire le voci insistenti di un suo passaggio a La7: «Non è una minaccia — spiega — ma se non posso più lavorare in libertà, cercherò una casa dove sia possibile farlo».

L’altra notte l’attentato. E lo shock. «È difficile lavorare — dicono i ragazzi della squadra — ma dobbiamo perché è questo che vogliono: fermarci. E noi non ci fermiamo». Ma «sono sconvolta» confessa Raffaella Notariale. Arrabbiati, anche. «Veniamo attaccati da mesi, ci hanno isolato ed ecco il risultato», denuncia Danilo Procaccianti. Tuttavia Ranucci non è il tipo che si arrende. La stagione ricomincia il 26 ottobre. In un’azienda che teme il giornalismo d’inchiesta, la sua presenza è già una forma di resistenza. E Report non solo un programma, bensì un test: per capire fino a che punto la Rai è ancora servizio pubblico.

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