«Il Memorandum e i programmi collegati hanno solo rafforzato l’apparato di sicurezza. È una strategia che può rallentare i flussi per un periodo, ma non eliminarli. Nessun muro, né in mare, né a terra, ferma la mobilità». Conoscitrice profonda dei flussi migratori nel Mediterraneo, per un lungo periodo impegnata sul campo in Libia e Tunisia, la portavoce di Sea-Watch Italia Giorgia Linardi non è stupita dalla notizia dell’ennesimo naufragio. «Il Mediterraneo è ormai una frontiera politica, non solo geografica: un’area in cui la legge viene sospesa in nome della sicurezza e il diritto internazionale vale “fino a un certo punto”».
Ue e Italia hanno garantito alla Tunisia più 200 milioni di euro, per lo più destinati alle politiche di frontiera. Perché si parte ancora?
«I finanziamenti non affrontano le cause delle partenze, ne “gestiscono” solo gli effetti. Dopo la firma del Memorandum, l’aumento delle intercettazioni ha temporaneamente ridotto le partenze, a costo di violenze e resping…
«Il Memorandum e i programmi collegati hanno solo rafforzato l’apparato di sicurezza. È una strategia che può rallentare i flussi per un periodo, ma non eliminarli. Nessun muro, né in mare, né a terra, ferma la mobilità». Conoscitrice profonda dei flussi migratori nel Mediterraneo, per un lungo periodo impegnata sul campo in Libia e Tunisia, la portavoce di Sea-Watch Italia Giorgia Linardi non è stupita dalla notizia dell’ennesimo naufragio. «Il Mediterraneo è ormai una frontiera politica, non solo geografica: un’area in cui la legge viene sospesa in nome della sicurezza e il diritto internazionale vale “fino a un certo punto”».
Ue e Italia hanno garantito alla Tunisia più 200 milioni di euro, per lo più destinati alle politiche di frontiera. Perché si parte ancora?
«I finanziamenti non affrontano le cause delle partenze, ne “gestiscono” solo gli effetti. Dopo la firma del Memorandum, l’aumento delle intercettazioni ha temporaneamente ridotto le partenze, a costo di violenze e respingimenti. Col tempo, la combinazione di crisi economica, inflazione, disoccupazione ma soprattutto repressione interna nei confronti dei cittadini e violento razzismo contro le persone migranti ha riacceso la pressione migratoria. Più si investe nel contenimento, più si alimentano percorsi irregolari e pericolosi».
Qual è il punto debole dei due Memorandum?
«Il difetto di fondo è lo stesso: l’idea che si possano “esternalizzare” le frontiere senza violazioni. L’Ue e l’Italia delegano alla Tunisia la gestione dei flussi, fornendo mezzi, fondi e formazione, senza alcun meccanismo serio di trasparenza o monitoraggio indipendente sul rispetto dei diritti umani e si crea una dipendenza asimmetrica: aiuti in cambio di controllo».
Con quali conseguenze?
«Da un lato, le autorità locali rafforzano l’apparato repressivo interno, dall’altro, l’Europa perde il controllo politico e morale sulle sue risorse. In Tunisia, come in Libia, si documentano respingimenti collettivi, abbandoni nel deserto, violenze, tratta, spesso commessi con mezzi forniti dall’Italia. I Paesi sull’altra riva hanno capito come sfruttare questo approccio».
In che misura?
«Meno fondi equivale a un minore controllo dei flussi. In questo modo, il fenomeno migratorio diventa arma di pressione: sono i famosi “interessi strategici” con cui l’Italia giustifica l’aver rimpatriato il boia libico Almasri».