Raccontano che Achille evitasse per dieci anni di affrontare Ettore in duello, affinché non si realizzasse la maledizione che lo condannava a soccombere subito dopo la morte del troiano. Elly Schlein e Giorgia Meloni invece, incuranti delle profezie omeriche, si cercano ogni giorno sul campo di battaglia e incrociano le spade. Il colpo finale non arriva, è tutto rimandato alle politiche del 2027, ma certamente ognuna ha individuato nell’altra l’antagonista ideale.
Lo si è visto anche ieri quando l’attacco più forte la premier lo ha sferrato proprio alla segretaria Pd, in una lunghissima giornata parlamentare segnata fino a quel momento da molti sbadigli, pensose lezioni di geopolitica e dialettica accesa sui biocarburanti. Poi bùm, a freddo arriva l’affondo della leader di FdI mentre Schlein ancora deve entrare in aula: «Dopo la Meloni complice dei morti in mare e la Meloni complice di genocidio, abbiamo anche la Meloni complice, o mandante, questo spero che ce lo chiarisca la segreta…
Raccontano che Achille evitasse per dieci anni di affrontare Ettore in duello, affinché non si realizzasse la maledizione che lo condannava a soccombere subito dopo la morte del troiano. Elly Schlein e Giorgia Meloni invece, incuranti delle profezie omeriche, si cercano ogni giorno sul campo di battaglia e incrociano le spade. Il colpo finale non arriva, è tutto rimandato alle politiche del 2027, ma certamente ognuna ha individuato nell’altra l’antagonista ideale.
Lo si è visto anche ieri quando l’attacco più forte la premier lo ha sferrato proprio alla segretaria Pd, in una lunghissima giornata parlamentare segnata fino a quel momento da molti sbadigli, pensose lezioni di geopolitica e dialettica accesa sui biocarburanti. Poi bùm, a freddo arriva l’affondo della leader di FdI mentre Schlein ancora deve entrare in aula: «Dopo la Meloni complice dei morti in mare e la Meloni complice di genocidio, abbiamo anche la Meloni complice, o mandante, questo spero che ce lo chiarisca la segretaria del Pd, dell’attentato a Ranucci». Fischi, buuu, vergogna. Il copione prevederebbe ora una sapida battuta della competitor, che stavolta non arriva. Forse perché effettivamente il terreno è scivoloso e magari quanto detto al congresso dei socialisti europei ad Amsterdam non ha avuto l’effetto che sperava, stavolta Schlein si sottrae. Fa la mossa del cavallo, scartando di lato: «So bene dove mi sta aspettando, ma non lo decide lei cosa dice o non dice l’opposizione». E giù a parlare di salari, pensioni, tasse, banche. Ma l’eccezione di un botta e risposta mancato conferma la regola della rivale preferita: sono loro due che se le danno.
E Giuseppe Conte? Certo, tra i bersagli di Meloni c’è anche lui. Ma svogliatamente, quasi con distacco. Al più c’è lo sberleffo, durante i comizi il leader del M5S diventa «il Conte Mascetti», l’indimenticabile personaggio di Ugo Tognazzi, il “tarapìa tapiòco” del campo largo. Schlein invece è sempre Elly, la si bastona in testa ma con un certo sussiego.
Ieri è arrivata persino a immaginarla un domani a palazzo Chigi — orrore — seppur alla guida di un Paese «ridotto in macerie» da un Pd che lo ha sputtanato all’estero quando governava la destra. A questo punto bisogna ricordare il non detto di questa storia, quello che si sente in ogni capannello di Montecitorio come fosse una verità rivelata. Che Meloni abbia scelto Schlein come avversaria perché convinta che, con lei come leader del campo largo, la vittoria alle politiche sarebbe più facile. L’altra, allo stesso modo, si gioverebbe dall’essere il bersaglio preferito della premier perché, in questo modo, si vedrebbe legittimata in un momento in cui, nel suo stesso partito, c’è chi le preferirebbe Silvia Salis. Ma soprattutto questa rivalità esplicita terrebbe Giuseppe Conte nel ruolo di gregario. La leggenda viene spinta all’estremo, ipotizzando un intervento diretto di Meloni a favore di Schlein, nel caso si arrivasse a una nuova legge elettorale con l’indicazione del candidato premier: la coalizione progressista sarebbe costretta alle primarie e le truppe cammellate di Meloni voterebbero a favore di Schlein. Fantapolitica, per ora.
C’è da dire che non nè stato sempre così. Anzi, all’inizio, le due sembravano quasi aver inaugurato un diverso stile nei rapporti reciproci. E vennero gli incontri sul salario minimo e sulle riforme costituzionali. «Siamo molto d’accordo sui congedi parentali — rispondeva Meloni alla segretaria del Pd alla Camera — sono disponibile a confrontarmi». Durò qualche mese, il tempo di capire che la convenienza per entrambe stava altrove.